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Rosa fa passare il filo intorno all’ago, lo annoda e lo taglia. Anche questo bottone è ben saldato. Negli ultimi giorni le sono arrivati dei pantaloni da stringere, qualche giacca da risvoltare. Ma non è ancora una ripartenza. Da un paio di settimane, dopo la Liberazione, Milano sta con il fiato sospeso, senza concedersi il lusso di credere che la guerra non l’aspetti più dietro l’angolo.
La ragazza ripone le spolette in bell’ordine ed esce dalla bottega: il padrone ha dato il pomeriggio libero a tutte per l’occasione. Decide di prendere il tram: la linea del corso ha ripreso, e lei non è più abituata ai tacchi. Alla fermata del Cenacolo, l’apertura delle porte inquadra la catasta di sacchi di sabbia che abbraccia l’unica parete rimasta, quella con l’Ultima Cena. “Sopravvissuta in mezzo alle macerie”, dice Rosa tra sé. “Come Enrico”.
Enrico che era tornato, ma non lo era. Il volto scavato dal fronte, gli occhi che guardavano e non vedevano. Occhi da reduce. Ne era piena la città.
La ragazza prende la sua foto dalla borsetta. «Quando torneremo a guardare avanti?», mormora. «Me lo chiedo anch’io», risponde la donna che le si sta accomodando accanto mentre il 16 riparte. «Ma una cosa è certa: bisogna salire in alto, per guardare lontano. E oggi, lassù, ci saliremo un po’ tutti».
Il tram entra in Piazzale Cordusio e lascia i passeggeri sulla via per il Duomo. Appena in tempo. D’un tratto, la folla si zittisce; tutti con il viso all’insù, gli occhi puntati sulla guglia più alta, dove le ombre degli operai raggiungono il drappo grigio, e cominciano a liberarlo. A terra, il cardinale oscilla l’ostensorio e intona una benedizione. Il suono delle campane avvolge la piazza. E, finalmente, eccola. L’oro si accende sotto il sole, e riflette sui volti stanchi il suo bagliore dimenticato. La Madonnina è di nuovo tra loro.
Un braccio cinge Rosa per la vita. Enrico. Non lo aveva sentito arrivare. Una lacrima le increspa il sorriso.
Ora lo sa, lo sanno tutti.
Ora sì.
È finita.
Non ero mai stato di poche parole. Eppure al «ci dica di lei» non mi venne altro che «salve, ho un’inutile laurea in lettere e sono a spasso.» E basta.
Ma come. Ero l’uomo giusto, specialista dei talenti, con esperienza mistica nel mondo delle società di selezione, e per questo convocato per direttissima con un «il suo profilo è in linea, venga a colloquio!»
«O-k» e pronti via un martedì mattina, a giocarmela col piglio del campione.
Eppure alla terza domanda ero già in pappa e quei due se n’erano accorti: lei ochetta graziosa, lui ingessato come una colonna dorica. Insieme facevano i miei anni.
«E come mai vorrebbe questo lavoro?»
Ecco il padre di tutti i miei dilemmi.
«Eh…» avrei dovuto dire carriera, blasone, opportunità. Ma l’ultima volta che avevo proferito stronzate del genere non portavo ancora la barba. E non avevo una paura sgorbia del fallimento.
«Non risponde?»
Che potevo dire mentre questi si scambiavano occhiate in stereofonia. La verità è che non mi ci vedevo più tra piccole iene che ammorbavano i candidati di «lei che aspirazioni ha? Per cosa si candida?», e poi chiosavano impietosi con «le faremo sapere.»
Mai una volta a pensare di stravolgere quel cacchio di copione. Mai.
Un tempo ero stato io il grande mago riverito e ora mi toccava pure fingere di venerare dei ragazzini sghembi e giustificarmi sulla mia vita. No, meritavo rispetto. Ma che cazzo ne volevano sapere questi. Manco s’erano alzati dal banco che già stavano dietro una scrivania a esigere dazi come i tribuni romani. Vaglielo a spiegare degli stage a far fotocopie e della gavetta che non finisce più.
Ma va. Sarebbe stato solo tempo perso. E così non mi rimase altro che brillare come una supernova strafatta.
«Sentite» dissi loro, «nulla di personale, ma lasciamo stare. Tenetevi il vostro lavoro di merda!» E me ne andai con il sole alto e la consapevolezza che per una svolta non servono i superpoteri: bastano un po’ di coraggio e qualche parolaccia.
Beltane era quasi finito quando Brigid, dalle rocce di arenaria sopra la baia, osservava l’uomo scendere dall’imbarcazione del mercante. Percorreva gli ultimi passi con i piedi nell’acqua. La lunga veste scura legata in vita e il simbolo del nuovo dio al collo. Ad aspettare sulla spiaggia c’era il capo villaggio, con alcuni uomini e ceste cariche di merci. Ormai gli scambi con l’isola di Albione erano regolari, ma fino a ora nessuno aveva osato chiedere di essere lasciato su Eriù, o come la chiamavano al di là del mare, Hibernia.
Brigid si voltò verso Cathbad, accanto a lei. Il Druido reclinò il capo, facendo tintinnare il toque sotto la barba bianca.
«Sei sicura di quello che hai visto nelle profezie?»
«Credi stia mentendo?»
«No, non intendevo dire questo», bofonchiò lui. «Solo, mi sarei aspettato qualcuno di più… imponente, visto che nelle tue visioni costui è la prima crepa che farà crollare il nostro mondo.»
Come evocato da una voce invisibile, l’uomo sulla spiaggia alzò lo sguardo e incrociò gli occhi dorati di Brigid. Lei vide, nel sorriso che le fece, la determinazione a cancellare il tempo del suo popolo. Ricambiò chinando il capo.
Cathbad continuò: «A me non sembra una grossa minaccia. Ha chiesto al capo villaggio di poter avere qualche pietra per costruirsi un riparo e pregare il suo dio. Non ha armi.»
Brigid fece passare una ciocca fulva dietro le orecchie appuntite e guardò il Druido.
«Sembra abbia cominciato la sua opera proprio da te. Caro amico.»
Il Druido sbuffò dal naso e la seguì verso la foresta. Vi arrivarono quando il sole era quasi al tramonto. Una lama di luce passava attraverso la fessura creata tra le pietre del circolo, illuminandone il centro.
«Ci rivedremo all’equinozio vero?» le chiese timoroso Cathbad.
Brigid scosse il capo. «Narrate le nostre storie, così non saremo dimenticati», gli rispose stringendogli le mani.
Si voltò e sparì assieme all’ultimo raggio del giorno morente.
I rintocchi delle campane a morto accompagnavano la processione per le vie del centro. Le persone, vestite a lutto, marciavano dietro la famiglia della defunta, e il feretro di legno apriva la danza macabra. Quasi tutto il paese si era presentato, in attesa di celebrare l’ultimo saluto alla donna. Mormorii, singhiozzi, poi una potente nota d’organo diede il via alla Messa.
«Siamo qui oggi per salutare la nostra cara sorella Letizia, madre amorevole di tre splendidi figli», esordì il parroco, scoccando un’occhiata ai parenti nelle prime file, «E moglie devota.»
Qualche bisbiglìo si alzò dalla platea. La moglie sarà anche stata devota, ma sul marito nessuno avrebbe scommesso una lira.
Di colpo, le pesanti porte della chiesa si spalancarono, sbattendo con fragore sulla pietra. La solista del coro sussultò. Tutti si voltarono. Una donna, minuta ma dall’aspetto risoluto, con un vestito rosso che avrebbe fatto girare la testa a un santo, fece il suo ingresso.
«Schifoso… È colpa tua!» urlò.
La voce tradiva i fiumi di alcol che aveva in corpo. Con i suoi passi incerti, sui tacchi a spillo, risalì la navata fino al primo banco come uno spirito vendicatore. Fu allora che i presenti videro cosa teneva in mano. Il panico si diffuse. Il marito della defunta rimase paralizzato. Attonito, mentre lo sguardo dei figli saettava tra lui e la migliore amica della madre, balbettò: «Calmati, l-lo so che sei sconvolta per il suo suicidio.»
«L’hai spinta tu a farlo! Quale madre abbandonerebbe i suoi bambini, se non fosse convinta di non avere alternative», e intanto avanzava, tenendo la pistola puntata su di lui. «Devi morire anche tu», sussurrò, a pochi passi dal feretro che faceva da sfondo a quella resa dei conti. Un solo colpo e l’uomo fu a terra. Soltanto allora qualcuno osò gettarsi su di lei per disarmarla. Quando la polizia la trascinò via, i presenti la videro sfiorare la bara con dolcezza.
«È finita davvero adesso. Puoi riposare, amica mia», bisbigliò.
Tum, tum, tum. I passetti di corsa rimbombano sul pavimento in legno e terminano in un tuffo a peso morto sul materasso. Le urla si mescolano alle risate.
«Mamma, Matteo mi ha tirato i capelli!»
«Mamma tilato capelli!» si sente di rimando.
«Forza, scegliete un libro da leggere prima della nanna.» Una donna sulla trentina si affaccia alla porta della camera da letto. Indossa un paio di pantaloni eleganti e una camicia color vinaccia.
«Le storie delle fate!» esclama Beatrice.
«Il bluco!» grida l’altro.
La mamma fa qualche passo e si sistema tra i due materassi appoggiati a terra. Raccoglie un paio di libri e li avvicina. «Li leggiamo tutti e due, prima uno e poi l’altro, va bene?»
Un coro di proteste si solleva da entrambi i lati.
«Non mi piace il bruco, è da piccoli!»
«Non voglio le fate!»
Matteo supera di slancio il confine naturale rappresentato dalla mamma e inizia a calare manate sparse, subito restituite dall’avversaria.
«Fermi, non si picchia!» la mamma li separa, non senza ricevere fendenti a sua volta. Dopo qualche trattativa li convince ad accoccolarsi una da un lato e uno dall’altro, li stringe con entrambe le braccia e schiocca un bacio su ognuna di quelle testoline bionde. Con un sospiro, inizia a raccontare la storia di Babbo Natale che distribuisce i regali, anche se è maggio.
Un braccino si allunga oltre la linea dell’ombelico, naturale spartiacque del corpo della mamma.
«La mamma è mia!»
«No, è mia!»
Parte un morso e qualche graffio, seguiti da un’esplosione di strilli. Nel mezzo della baruffa tuona una voce roca come un vecchio motore Guzzi. «Cosa succede qui?»
«Papà!» I bambini gli corrono incontro. Lui appoggia la giacca con la freccia a forma di sorriso su una sedia, li prende entrambi in braccio e li riporta a letto, sdraiandosi dal lato di Beatrice.
«Allora, volete sapere quali regali ho consegnato oggi?»
«Sì!» rispondono in coro.
Mentre il due cilindri borbotta, tre paia di occhi si chiudono piano.
È l’ultimo giorno di apertura della strada verso il Gran San Bernardo. Domani chiudono la sbarra sopra S. Remy e fino a maggio per andare in Svizzera si pagherà il Tunnel.
Negli anni ho avvertito l’eco del tempo sul Colle, immaginato Annibale con gli elefanti,
Napoleone diretto a Marengo. È la via Francigena. Intorno al Mille Bernardo ha posto le fondamenta dell’Ospizio cristiano: in tutte le stagioni i Canonici hanno offerto ricovero e pasti caldi. La chiesa per pregare.
«Dai Roc, andiamo a salutare il Grande.»
Aiuto il vecchio cane a entrare nel portabagagli. Saliamo piano. Oltre S. Remy i bar estivi sono dismessi, presto la neve coprirà i tavolacci. Un fumo sottile esce dalle baite, nei prati le mucche pasturano ancora. Ci inerpichiamo sui tornanti della montagna. Rocce gigantesche sovrastano il nastro stretto che punta verso i 2500 metri del Colle. All’arrivo una nebbia fredda ricopre il lago, fra i vapori balugina l’Hospice. L’inverno è in attesa. Parcheggio sul retro dell’edificio; vorrei entrare a meditare un’ultima volta nell’antica chiesa, ma resto in macchina.
Una luce fioca trapela dalle finestre strette: qualcuno cucina la cena per gli ultimi pellegrini. Da domani arriveranno escursionisti, poi scialpinisti con pelli di foca.
Scopro il negozio svizzero sprangato, rinuncio alla cioccolata e ritorno al versante italiano dove il bar è aperto. Un enorme san bernardo di legno sfida la bufera impavido fra i gabbiotti di souvenir svuotati e blindati e Roc lo oltraggia pisciandogli addosso. Raffiche violente percuotono la stele di Bernardo; lì duemila anni fa si ergeva il simulacro di Giove Pennino.
Sistemo Roc in auto e mi rifugio nello Chalet: mi accoglie un’aria di festa, come un commiato di vecchi amici. Ordino una cioccolata calda, mentre una ragazza bionda apparecchia i tavoli per l’ultima polenta della stagione.
«È una buona idea, -le dico- l’anno prossimo verrò anch’io.»
Chissà.
Esco nel vento. Lascio il Grande ai silenzi, alla quiete dopo la valanga.
Prima era solo il caldo. Avvolgente, liquido, regolare, come quel battito che sentiva continuamente. Non esisteva nulla fuori da quel ritmo, costante e sicuro, e lui fluttuava, cullato, nell’immutabilità. Poi qualcosa cambiò.
«Mi sa che è ora», udì la voce.
Una pressione sconosciuta premette su di lui, spingendolo contro pareti che prima erano morbide, ampie, accoglienti; ora si stringevano ostili.
«Ho paura», pensò, cercando di scalciare. Non ci riuscì. Si muoveva in un mondo che non sembrava più il suo. Non c’era spazio, non c’era pace. E i suoni erano più forti e minacciosi.
«Signora, manca poco!». Una voce grossa lo spaventò.
Non sapeva cosa stesse accadendo, ma sentiva un disagio crescere, come un pericolo imminente. Voleva succhiarsi il dito, ma la pressione aumentò e lo trascinò più giù. Fu scosso, schiacciato, tirato. Ogni fibra del suo piccolo corpo reagì, cercando di opporsi, ma non c’era scampo. Le pareti lo spingevano via, verso l’ignoto. Si sentì avvolgere e non riuscì più a muoversi, ma continuava ad avanzare.
Poi arrivò il freddo. Tagliente, spaventoso, lo prese in un istante. Cercò di raggomitolarsi, di trattenere qualcosa di quel calore perduto, ma il suo piccolo universo era scomparso. Aprì la bocca e l’aria ruvida entrò dentro di lui. Un suono, il primo, uscì: un pianto.
Subito dopo, la luce. Troppa, accecante, sconosciuta. Cercò di chiudersi, di tornare indietro, ma non c’era più un “indietro”. Fu preso e sollevato. Qualcosa di diverso lo avvolse: asciutto, caldo, ma non lo stesso tepore morbido di prima.
Poi la sentì di nuovo. «Ciao piccolino! Sono la tua mamma».
La voce lo fece calmare, insieme a quel battito familiare, che adesso riusciva a udire di nuovo. Era diverso, eppure uguale.
Il caldo liquido era svanito, il suo mondo perfetto era finito. Eppure, in quel caos, qualcosa restava. Qualcosa iniziava.
Marcella chiuse la porta dietro di sé, consapevole di avere le guance porpora e gli occhi fiammeggianti.
Soffiando dalle narici, si diresse verso la scrivania.
Staccò la presa del computer. Stringeva ancora in mano la cartelletta con il progetto.
Appena se ne rese conto iniziò a ridere, con la testa piegata indietro.
Strappò i fogli, noncurante del toc toc alla porta, che precedette l’ingresso sbalordito di Betta.
Vedendo la collega andarle incontro, tese la mano per bloccarla.
Afferrò la borsa e uscì dall’ufficio, sbattendo la porta a vetro.
Infilò le cuffie per non sentire i richiami dei colleghi e scese a piedi per le scale del palazzo.
Il gelo che la sorprese all’uscita cristallizzò le lacrime sulle guance arrossate.
Sentiva gli aghi del freddo nell’angolo dell’occhio, dove l’eyeliner era diventato umido.
Salì sul tram e si sedette accanto al finestrino.
Boutique illuminate e gente con sacchetti si alternavano sui marciapiedi del centro.
Spostandosi verso la periferia, i chioschi dei fioristi lasciarono il posto a quelli del cibo etnico.
Schiacciò il pulsante di stop e si affrettò a uscire.
Ripassò a mente l’anno che volgeva al termine: la morte della mamma l’aveva inaugurato, la separazione, consenziente e senza figli, aveva portato la primavera.
L’estate, passata da sola, nella casa dei suoi al mare.
L’autunno l’aveva colta nelle ore di insonnia in cui si dedicava al progetto.
Entrata in casa sfilò i tacchi che aveva messo per l’occasione, il rossetto si era seccato e le labbra presentavano delle crepe: una fotografia della sua vita.
«Non posso darti questa promozione - le aveva detto l’account manager solo un’ora prima - il progetto non è piaciuto agli investitori.»
Dicembre avrebbe dovuto aprire degli spiragli per un nuovo inizio. Invece.
Marcella aprì la porta finestra scorrevole del suo ottavo piano.
A piedi scalzi raggiunse il centro del terrazzo. Aveva nevicato, in quell’ultimo giorno dell’anno.
Iniziò a piangere, e a ridere. E poi a ballare, cantando a squarciagola.
Mentre infilava l’asciugamano nello zaino, Polo aveva pensato che era meglio sbrigarsi e partire: chissà il pienone che avrebbe trovato per l’ultimo giorno di mare.
Davanti alla spiaggia semideserta aveva tirato un sospiro di sollievo. Poteva scegliersi in tutta calma il posticino perfetto.
Aveva steso l’asciugamano sui sassi e poi si era allungato anche lui, con gli stinchi che superavano le frange sul bordo e i talloni che scavavano appena per farsi spazio tra i sassi.
Aveva deciso che quel giorno non si sarebbe messo la crema, né gli occhiali da sole o il cappello. Se ne stava così, puntellato all’indietro sui gomiti, con il viso chiaro che si arrossava al sole e le palpebre tremule sotto la luce accecante.
Vicino a lui c’erano un vecchio, impietrito nei suoi occhiali da sole, e due badanti spettinate con una radiolina a tutto volume che gracchiava una canzone dei Doors. Normalmente gli avrebbe dato fastidio, ma non quel giorno.
Quel giorno voleva soltanto godersi l’ultima mattina di mare.
Aveva passato l’anno chino sui libri, ignaro dell’avvicendarsi delle stagioni, del meteo e del mondo che gli crollava attorno con una guerra, un’alluvione e un terremoto dopo l’altro.
Un trenta. Un trenta e lode. Poi un ventotto. Una piccola crisi. Un ventisette. Un ventidue.
Poi un “torni al prossimo appello”.
E un altro.
Allora aveva mollato tutto. Aveva smesso di studiare, di uscire, di cercare lavoro.
Ogni volta che un pezzetto di lui franava, Polo sentiva la voce della nonna che gli ripeteva la stessa frase: “Non è la fine del mondo, cuore mio.”
E la nonna aveva ragione: non era la fine del mondo. Non lo era mai stata, eppure lui aveva sempre sentito l’intero peso del globo sulle spalle, come un Atlante mio pe con un accenno di scoliosi.
Quel giorno invece si era svegliato leggero e tutto sembrava finalmente al suo posto.
Aprì gli occhi e pensò che non avrebbe fatto in tempo a scottarsi: il buco nero al centro del sole era già grande come una moneta.
E Polo, finalmente, sorrise.
«Serviamo il numero quindici». La voce metallica dell’eliminacode fece sussultare Arturo Giannini. Si morse il labbro e gettò un’occhiata all’orologio appeso alla parete. Le due di notte. La sua carriera di paziente seriale gli aveva insegnato che, di solito, quella era l’ora migliore per farsi visitare in quel pronto soccorso senza spendere un centesimo. Invece, quella volta, a lume di naso, gli toccava aspettare ancora a lungo.
Si alzò in piedi portando una mano sulle reni dolenti e si diresse verso lo sportello dell’accettazione.
«Salve», disse l’infermiera al di là del vetro divisorio, cercando di soffocare uno sbadiglio.
«Salve un corno! Sono qui da più di due ore e nessuno mi ha degnato di uno sguardo. Devo vedere subito un dottore», disse Arturo asciugandosi la fronte bagnata di sudore. L’infermiera, una donna sulla cinquantina con due vistose borse sotto gli occhi, gli chiese alzando un sopracciglio «Che codice le hanno dato questa volta?»
«Verde, mi hanno dato un codice verde. La prego, mi aiuti, ho un dolore qui», rilanciò Arturo indicando uno spazio non ben definito tra il cuore e lo stomaco.
L’infermiera lo fissò e, con un sospiro, gli indicò la sala d’aspetto. «Mi dispiace» disse, «ma deve aspettare il suo turno».
Arturo non rispose e scuotendo la testa ritornò al suo posto. Era la prima volta che in quel pronto soccorso gli pioveva addosso un codice verde. Sentiva due tamburi al posto delle tempie e la lingua diventare sempre più infeltrita.
Provò a calmarsi ripensando alla lista degli esami fatti negli ultimi sei mesi, quando, all’improvviso, un dolore acuto gli paralizzò prima il polso sinistro e poi la spalla.
Una sensazione di vertigine s’impadronì di lui. Scattò in piedi come un cobra, oscillando da una parte e l’altra, poi sgranò gli occhi e crollò al suolo riavvolgendosi su sé stesso come una molla scarica. Il respiro gli si fermò in gola insieme alla parola «aiuto». Arturo chiuse gli occhi e tutto si dissolse nel bagliore della luce al neon.
Teo cammina nel bosco già da qualche ora. La pioggia della notte ha reso scivoloso il tappeto giallo di foglie, che luccica al sole di fine ottobre. Avanza di buon passo, aiutandosi con le bacchette; non ama usarle, ma non vuole cadere proprio oggi, ultima tappa di questa sfida solitaria sulla Via degli Dei.
Stamattina ha anticipato la sveglia: si è alzato che era ancora buio e ha preparato lo zaino senza la fretta dei giorni precedenti, per gustarsi quei gesti affinati nel corso della settimana.
Mentre cammina gli arriva il delizioso profumo dello gnocco alla mortadella che la signora Orietta, proprietaria del B&B dove ha passato la notte, gli ha infilato nello zaino. «Per merenda» ha sottolineato, poi l’ha salutato, abbracciandolo come un figlio. Teo vuole avvicinarsi il più possibile a Bologna: ormai sente aria di casa e ha voglia di arrivare, ma la pancia, che borbotta con insistenza, lo convince a concedersi una sosta sotto un castagno.
Poggia lo zaino su un sasso e, mentre beve dalla borraccia guardandosi intorno distratto, la vista della basilica di San Luca che sbuca dietro le fronde, solo a poche centinaia di metri, lo sorprende, inattesa come una vincita al Superenalotto.
«Soccia, sono a casa!» si dice in uno tsunami di sollievo e incredulità.
Il primo pensiero è per il suo oncologo: col telefono scatta una foto alla chiesa e gliela invia:
«Doc, ce l’ho fatta! Adesso è tutta discesa!»
La fame non è più così insopportabile: aggancia le bacchette allo zaino e riparte cantando a squarciagola: «Ma com’è bello andare in giro per i colli bolognesi!».
In un baleno è davanti al santuario e si blocca a contemplare quella meta densa di significati.
Resta lì a lungo e quando le gambe diventano molli, si lascia cadere nel prato a braccia aperte, spossato ma vivo come non pensava di potersi sentire più.
«Che bazza! Sei arrivato prima te da Firenze che noi dalla piazza!»
Uno sciame festoso di amici lo circonda: «I portici di San Luca vorrai mica farli solo!»
«La mia vita è finita un anno fa.»
Era la seconda volta che Emma pronunciava quella frase. Roberto si massaggiò una tempia, gli occhi chiusi. Come psicologo, di certo non si annoiava, ma trovava alcuni pazienti estenuanti. «Cos’è successo un anno fa?»
«Sono stata assunta alla facoltà di antropologia. Mi sono trasferita qui, ho comprato casa. Ho conosciuto Mara.» Pausa.
Roberto ne approfittò: «A me sembrano tutti inizi. Ma cosa ha innescato lo stato di apatia in cui la trovo ora?»
«Lei sbaglia prospettiva.»
Questa, poi. Questa ragazzina voleva insegnargli il mestiere? Fece un respiro profondo: «La ascolto.»
«Anch’io credevo fosse un inizio. Lo sembrava. Si era mascherato perfettamente. Ma era una fine. Dal momento in cui ho incontrato Mara sono stata distrutta.»
Roberto controllò uno sbuffo. Era abituato a pazienti che glissavano o cambiavano discorso, ma gente che andava avanti a enigmi era una novità. Cercò di superare l’impasse chiedendole come fosse prima. Gli aggettivi che usò lei – socievole, forte, solare – non erano gli stessi che avrebbe scelto lui per la persona che si trovava davanti. Era piuttosto sicuro che si sarebbe rivelata una classica delusione d’amore. Le chiese di Mara.
Dopo un silenzio prolungato, Emma rispose: «Si è infiltrata tra le crepe della mia insicurezza. Abbiamo avuto una storia per qualche mese.» Pausa. «Poi se n’è andata. Ora è tutto sbagliato.»
«È una sensazione comune dopo una rottura, ma non è irreparabile.»
«Non lo è finché si ha a che fare con esseri umani. Mara era una strega.»
Roberto aggrottò le sopracciglia. Le chiese perché fosse lì da lui, omettendo che uno psichiatra sarebbe stato più adatto al suo caso.
«Mi ha costretto mia madre. Che, come lei, non mi crede. Pensate siano solo leggende, invece sono vere. Sento che l’anima mi è stata rubata. Adesso le sto parlando, ma in realtà sono morta pian piano da un anno.»
“Aspetta, ripeti, non capisco niente se continui a singhiozzare” disse Sara sgranocchiando le patatine.
Finì la sentenza leccandosi il sale dalle dita e stropicciando un tovagliolo, nel tentativo di ripulirle dall’unto.
Anche questa volta le sembrava di guardare un programma idiota in TV.
Davanti a lei era seduta Iris con gli occhi gonfi, il mascara colato e un fazzoletto pieno di lacrime e muco strizzato in pugno.
Sara protese la mano sulla ciotola di patatine temendo che l’amica decidesse, infine, di agguantare il cibo.
Iris invece non sembrava averne intenzione, concentrata com’era a soffiare il naso.
“Non mi stai ascoltando!” lamentò Iris. “Insomma, ti dicevo - disse, riprendendo il controllo - ieri gli ho mandato il buongiorno. E nulla, non mi ha risposto. Gli ho scritto ancora. Mi dava la spunta blu ma non rispondeva. Allora ho scritto a Luca, che fa sempre lezione con lui il giovedì. Invece ieri no, hai capito? Ieri no. Mi vuole lasciare, lo so, è finita.”
Riprese a piangere.
“Ma no che non ti vuole lasciare, dai. E poi, cosa è successo?”
“Ho provato a chiamarlo. Un paio di volte. Forse tre, quattro, non lo so, ero agitata. E siccome suonava a vuoto gli ho scritto qualche messaggio.”
“E lui non ti ha richiamata?”
“No, allora ho pensato di andare a casa sua. E ho suonato. Certo, non ho visto che era tardi. Ero preoccupata, non rispondeva. Allora ho suonato.”
“Tardi quanto?”
“Tipo le…tre?”
Sara sgranò gli occhi.
“Cioè mi stai dicendo che siccome non ti ha risposto per una volta ti sei presentata di notte a casa sua?”
“Ma non lo sentivo da sedici ore!”
Sara si dominò bevendo, d’un fiato, mezzo bicchiere di Ipa.
“Insomma, ti sarai scusata, no?”
“Sì, beh. Non mi ha lasciata entrare. Ha continuato a urlare dal citofono “È finita! È finita!”. Quindi secondo te cosa vuol dire, mi vuole lasciare?”
Sara masticò le patatine rimaste e trangugiò l’ultimo sorso di birra cercando di trovare le parole giuste per esprimere un concetto così semplice.
Mia nipote mi ha chiesto perché venivo qui così spesso.
Le ho risposto che è perché mi piace questo posto.
Ricordo che mi piaceva entrare nelle camere vuote, quando arrivavo presto. Per un momento chiudevo gli occhi, respiravo lentamente ed ecco che dalla memoria appariva un volto, una storia, una vita che in quella camera aveva vissuto.
Quando invece ero di turno alla reception mi piaceva ascoltare i suoni che mi arrivavano lì all’ingresso, ovvero quello che si potrebbe sentire in una casa qualsiasi: una televisione che va, chiacchiere, rumore di piatti e bicchieri, porte che si aprono e chiudono, anche qualche risata. Suoni di un luogo certamente quieto, ma mai ho sentito quel silenzio rotto da lamenti di dolore che una persona si aspetterebbe da un posto così.
Alla reception a volte la gente mi passava davanti senza neppure vedermi, colma di quel dolore, crudele e personale, che chi entra qui si porta dentro. Del resto questo non è un albergo a cinque stelle e io ero una volontaria che accoglieva, come poteva, la sofferenza che qui si consuma.
Qui i muri sono custodi di quel dolore che tutti si impegnano ad alleviare il più possibile, con i farmaci per quello fisico, con la vicinanza per la sofferenza più intima.
Qui, dove sembra che la morte abbia la meglio, in realtà la protagonista è la vita, la vita terminale con i suoi ultimi istanti, preziosi e indimenticabili, che rimangono negli occhi di chi se ne va e nella mente di chi rimane.
Qui è dove gli affetti più cari, nel momento del congedo, diventano più intensi, colmando vuoti del passato, tra segreti trattenuti o svelati, accolti o negati.
Quando però la mia nipotina mi ha chiesto se morirò anch’io qui, ora che sono tanto ammalata, ho avuto paura di dirle che sì, oggi sono entrata per l’ultima volta in questo hospice e ho lasciato che fosse mio figlio a risponderle, mentre io mi incamminavo in quei corridoi mai per me tanto misteriosi.
È buio sul palcoscenico, al cambio di scena.
Dalla buca sotto il proscenio, dove il resto dell’orchestra è in attesa, la melodia al pianoforte si fa strada nel silenzio e accarezza come un velo ogni spazio tra il pubblico, riempiendo la sala.
Una luce blu traccia i contorni della figura di Jess, il protagonista dello spettacolo, che intona il tema principale: una dichiarazione d’amore alla Musica. Mi sposto quanto basta, tra le quinte, per vederlo in piedi al centro del palco, con le braccia lungo il corpo e i pugni chiusi mentre, con timbro scuro da baritono, invoca la musica del futuro, del passato, quella che salva e segna i capitoli della vita, quella che tutti abbiamo dentro. Il primo amore di ogni artista.
L’orchestra si unisce al piano con i suoi elementi. Le luci esplodono, illuminando il palcoscenico.
Sorrido a Debby, la coprotagonista. «Ci siamo» sussurra, preparandosi a tornare in scena.
Intanto realizzo di non dover più contare per riconoscere il mio turno di entrata, perché questa è l’ultima replica e ogni passo risulta naturale come respirare. Mi muovo sulla variazione al pianoforte. Sul palco, inspiro. La mia voce si fonde con quella di Jess, di Debby e degli altri attori in un’armonia che dapprima disarma gli spettatori e poi li entusiasma, come ogni sera da mesi.
Il ritmo del cuore accelera, appena si compone la consapevolezza che è l’ultima volta per noi, qui, tutti insieme: è uno strappo che fa male a ogni chiusura.
Sposto lo sguardo, sui volti dei miei compagni leggo le mie stesse emozioni. La nostalgia per ciò che sta finendo si mescola all’eccitazione per le occasioni che verranno.
Altre mani si stringono alle mie.
Siamo una cosa sola, una consonanza di voci e corpi, adesso. “E domani?”, penso.
Tra le labbra sento il sale delle lacrime, ma mi accorgo di sorridere mentre gli applausi del pubblico ci accompagnano verso il finale avvolgendoci come un abbraccio.
Domani, torneremo a essere singole note di un’altra Musica.
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