Numero 3 - Fobie

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Aibofobia

«Pronto?»

«Anna, ciao. Sono Otto.»

Anna strinse forte il bracciolo del divano per sorreggersi.

«Ti avevo detto di non cercarmi più.»

«Sì lo so, mi comporto come un ossesso…»

Fitta lancinante alle meningi.

«Non capisco cosa ti ho fatto. Possiamo parlarne domani all’Angolo Bar a Bologna? Dove ci siamo conosciuti…»

Anna trattenne un urlo strozzato. Dove si erano conosciuti? Avrebbe dovuto capirlo quel giorno che nulla sarebbe stato facile! Il 22.02.2022, una data pessima, solo che non ci aveva pensato!

«No che non possiamo, devi lasciarmi stare.»

«Andiamo due giorni al lago, dove avevamo provato a fare Kayak?»

Anna resisteva con fatica alla voglia di chiudere la telefonata, ma Otto con lei era stato un ragazzo d’oro. Oh no! D’oro no!

Prese un respiro profondo e cercò di mettere in ordine i pensieri.

Ripensò a sua mamma, Ada, che da bambina le diceva: «Mangia: fai gnam!» e sentì le gambe farsi liquide.

La mente le riportò a galla la vocina della nipote che urlava: «Otto ama Anna e Anna ama Otto!» e le venne da vomitare.

Sentendo i conati, Otto si preoccupò e iniziò a chiamarla con insistenza: «Anna! Anna! Anna!»

Inspirò nuovamente e si concentrò su nonna Elle e sulla sua capacità di capirla.

Poi afferrò il telefono e urlò tutto d’un fiato: «I topi non avevano nipoti!»

E chiuse la comunicazione.

Ora era pacifica, pare.


Anatidaefobia

Sofia non si era accorta dell’anatra alle sue spalle.

Ma Luca sì. La vedeva, stavolta non poteva essere solo immaginazione. La mamma gli diceva sempre che, se avesse fatto un respiro profondo e guardato bene intorno a lui, si sarebbe reso conto che non c’era nessun volatile in agguato, a minacciarlo.

Però c’era stato, una volta. Un’anatra gli aveva beccato la mano mentre era distratto, e da quel momento lui era sempre vigile quando si trovava all’aperto.

In quel momento era in piedi a qualche passo di distanza da Sofia, immobile. Doveva agire prima che la sorellina subisse la stessa sorte che era toccata a lui. Se non altro, lei non aveva cibo con sé: spalle al fiume, era accovacciata sull’erba a giocare con le sue bambole. Non c’era un panino da rubare, stavolta.

Ma la papera non lo sapeva, magari avrebbe attaccato lo stesso.

La mamma era seduta su una tovaglia da picnic poco piú lontano, guardava nella loro direzione ma non sembrava essersi resa conto del pericolo. Luca decise: corse verso la borsa che avevano portato e la setacciò, sapendo che conteneva sempre un ombrellino pieghevole, per ogni evenienza.

La mamma gli rivolse uno sguardo interrogativo.

«Che cerchi, amore?»

Luca non rispose, doveva restare concentrato. Allungò il manico dell’ombrellino, quasi stesse sguainando una spada, e prese il coperchio del frigo portatile che era lì accanto, come scudo. Inspirò, preparandosi all’azione. Con un urlo, che voleva essere spaventoso ma era piú spaventato, si scagliò verso l’anatra, brandendo l’arma che si era procurato.

Il pennuto starnazzò e si allontanò agitando le ali, alquanto infastidito di essere stato disturbato nel suo riposino, ma senza alcuna voglia di battersi.

Sofia, che si era girata con un gridolino quando aveva sentito la carica del fratello, aveva un’espressione perplessa. Luca non ci badò e sorrise felice, saltellando: ce l’aveva fatta, era un eroe!


Cenosillicafobia

Emma tamburellava nervosamente le dita sulla bottiglia di vino, mentre scrutava il bicchiere di Marco con l’intensità di un gatto che fissa il vuoto.

Da quando il cameriere gli aveva per primo riempito il bicchiere di rosso, lui continuava a svuotarlo e questo la faceva quasi soffocare dalla paura.

«Ottimo vino!» disse Marco con voce già alterata dal terzo brindisi in cinque minuti.

«Vero?» rispose lei con voce tremante «Se continui così finirà presto però» aggiunse versandogliene ancora. Far diventare quella bottiglia una fontana inesauribile era la sua unica arma per vincere la battaglia contro il fondo del bicchiere.

Marco sorseggiava allegro, ormai convinto che Emma fosse d’accordo con il ristorante per consumare tanto vino. «Ma stiamo festeggiando qualcosa e non me lo hai detto?».

«Non proprio» replicò lei, sfoderando un sorriso che tradiva tutta la sua tensione. Mentre versava vino con il fervore di un benzinaio alla vigilia di uno sciopero, evitava lo sguardo di Marco, ma non riusciva a trattenersi dal controllare il livello del liquido con angoscia crescente.

Quando minuti dopo, con le guance ormai scarlatte, Marco cominciò a perdere il filo della conversazione e a balbettare parole sempre più confuse, Emma si alterò. Non che lei fosse riuscita a seguire veramente quello che lui diceva, concentrata com’era su quella danza nervosa con la bottiglia e il bicchiere, ma che lui rovinasse tutto ubriacandosi proprio non lo accettava.

«Ti chiamo un taxi» gli disse senza nascondere l’irritazione.

Marco la guardò confuso, cercando di metterla a fuoco: «Mi dispiace se ho fatto qualcosa di sbagliato», farfugliò poi cercando di rialzarsi goffamente.

«Immagino il prossimo brindisi lo farai con il tassista» rispose lei piccata.

Marco uscì barcollando dal locale. Emma riempì per l’ultima volta i bicchieri e restò immobile a guardarli.

La cameriera si avvicinò sorridendo: «Anche questa volta niente?»

Emma sospirò, cercando invano di calmarsi: «Mai che ne becchi uno astemio.»


Claustrofobia

«Aspettate!» ansimò Remo, sistemandosi la muta sul cavallo dei pantaloni.

I compagni non si voltarono: erano concentrati a seguire Diego, la guida, un ragazzo barbuto con il sorriso sempre pronto. Stavano camminando, o meglio, saltellando sui grossi massi che punteggiavano l’alveo del torrente Cormor. Intorno a questi, l’acqua sciabordava schiumosa prima di lasciare la superficie e scorrere sottoterra.

«Uh, una caverna!» Il tono eccitato di Remo era sincero come un fiore di cartapesta. «Sapete, io non ho paura degli spazi angusti. Ricordo quella volta nell’Oberland bernese. Lì sì che si stava stretti.»

Aria e Marco, davanti a lui, si scambiarono un’occhiata a metà tra il divertito e l’esasperato.

«L’hai invitato tu», sussurrò la ragazza.

Marco sollevò un angolo della bocca. «Io ho invitato tutti. Un avventuriero come lui non poteva certo tirarsi indietro.»

Poco dopo, la guida si fermò e si voltò verso il gruppo.

«Il fiume scende in grotta con una cascata. Accendete la torcia frontale e controllate l’imbragatura. Vi calerò con la corda uno per uno. Dopodiché dovrete nuotare per qualche metro, fino a che non si potrà più proseguire. Aspettatemi lì.»

«E dopo?» chiese Aria.

«Ci sarà da fare un breve tratto in apnea per uscire dall’altra parte,» spiegò Diego. «Ma state tranquilli, vi accompagnerò io.»

«Io sono tranquillissimo!» esclamò Remo, mani sui fianchi e petto in fuori. Quattro paia di occhi si voltarono verso di lui. «Non ho certo paura di restare intrappolato sott’acqua. Sapete, quella volta alle Svalbard…»

«Perfetto! Ti va di aprire le danze, allora?» Con un largo sorriso, Diego gli fece cenno di avvicinarsi.

«Ehm, d’accordo,» rispose, irrigidito. Si fece strada verso la testa del gruppo con passo incerto. Giunto davanti alla grotta si fermò e guardò Diego con espressione indecifrabile.

«Bella barba,» disse. Poi si voltò, in un balzo raggiunse il bordo del torrente e iniziò a correre nel bosco, giù lungo il pendio, sparendo presto alla vista.


Eisoptrofobia

Nell’androne del palazzo, una donna con due enormi borse della spesa fissava le porte dell’ascensore che stavano per aprirsi. «Ok», bisbigliò tra sé, «adesso chiudo gli occhi, entro e poi mi giro. Andrà tutto bene». Al ding, serrò le palpebre e mosse i piedi, ma inciampò. D’istinto, guardò davanti a sè. Lo specchio scintillava beffardo, come sempre. «Oddio», piagnucolò entrando nel vano e girandogli le spalle. Ma il danno era fatto. Ora non avrebbe più potuto fare finta che non ci fosse. Nel premere il tasto del settimo piano, una sporta si strappò e alcuni barattoli caddero a terra. La gola cominciava a chiudersi. Era in affanno, ma non poteva lasciarli lì. Si chinò a raccoglierli e con la coda dell’occhio vide delle creature muoversi dall’altra parte del vetro, sulla superficie d’argento. «Oh no, di nuovo», gemette. L’ascensore saliva lento. Ormai aveva troppo male alle ginocchia per portare su la spesa per sette piani di scale ogni volta. Respirò a fondo, poi si voltò verso lo specchio ripetendosi a bassa voce: «Ci sono solo io qui dentro, e questa è solo un’immagine riflessa». Ma davanti a lei non c’era una donna. Era il muso di un rettile quello che vedeva al posto della sua faccia? Ed erano scheletri quelli che ballavano alle sue spalle? Le porte dell’ascensore si aprirono in quel momento. Il suo urlo risuonò per la tromba delle scale, poi ai rumori si aggiunsero i suoi passi di corsa, una chiave nella serratura, e un portone sbattuto con fragore.

Tre piani sopra, nel locale di servizio dell’ascensore, due figure incorporee se la ridevano a crepapelle. «Gianpiero, mi sa che questa volta abbiamo esagerato», disse una voce femminile.

«Ma dai, Giuditta, se lo meritava! Non fa che tormentare i vicini con le sue sfuriate sui rumori molesti, i panni sgocciolanti, le impronte sulle scale…»

«In effetti,», rispose lei. Sembrò rifletterci su, poi aggiunse: «che ne dici se la prossima volta facciamo la voce del marito morto?»


Geniofobia

Alice rientrò in casa sfilandosi le scarpe sull’uscio. Fece una carezza al gatto e lasciò le chiavi sulla mensola all’ingresso, poi attraversò pigramente il corridoio sfilando sotto lo sguardo di una curiosa collezione di quadri, una serie di ritratti famosi esposti solo per metà: gli occhi enigmatici della Gioconda, il naso di Federico da Montefeltro, l’orecchio fasciato di Van Gogh.

La tasca del soprabito iniziò a vibrare. Alice tirò fuori il cellulare: sullo schermo campeggiava la porzione superiore del volto di una ragazza bionda sovrastata dalla scritta “Giulia”.

«Ciao tesoro», esordì.

«Non è andata, vero?», indovinò l’amica.

Alice sospirò mentre lasciava che il divano la inghiottisse: «Era carinissimo, ti giuro. Ha accettato subito di indossare la mascherina. Abbiamo fatto una passeggiata al parco e parlato di arte moderna… ha studiato all’École du Louvre.»

«Fin qui mi sembra perfetto. Ma…?» Il tono di Giulia oscillava tra esasperazione e canzonatura.

Mentre si massaggiava i piedi, Alice si fece più lagnosa: «Ha insistito per darmi un passaggio. L’ho invitato a salire… e poi lo sai, una cosa tira l’altra.»

«E quindi?», la incalzò Giulia.

«E quindi mi sono distratta un attimo per slacciargli la camicia, e quando ho rialzato lo sguardo eccolo lì, tutto sorridente, con la mascherina che gli pendeva da un orecchio!»

«E tu?»

«Mi sono messa a urlare e l’ho cacciato di casa, cosa avrei dovuto fare?», ribatté Alice a voce più alta facendo sobbalzare il gatto, che atterrò sul tappeto.

«Alice, tu devi farti curare. Da uno bravo, però.»

«Tu non capisci-»

«No, non capisco», la interruppe Giulia «Scusami, ora devo scappare: ho sotto un’altra chiamata. Ci sentiamo domani?»

«A domani.»

Con la testa appoggiata al bordo della spalliera, Alice si ritrovò a pensare alla sua breve età dell’oro.

Il 2020 era stato l’anno migliore di sempre, almeno finché non avevano tolto quel benedetto obbligo di mascherina.

Quanto erano più belle le facce della gente quando esistevano soltanto dal naso in su?


Hipopotomonstrosesquipedaliofobia

È pensiero comune che lavorare in posta sia il sacro graal della tranquillità: lettere, timbri, stipendio sicuro e nessuna sorpresa. Un rassicurante grigio pastello al riparo da qualsiasi rischio.

Era però tutt’altra faccenda per Enrico Bettarelli, che dal 1989 scrutava dallo sportello 4 i suoi avventori con l’allerta di un suricato nel deserto.

Per lui, ogni giro della porta scorrevole era uno scatto di tamburo alla roulette russa. E, di tanto in tanto, il colpo partiva. Come quella mattina, quando un ben noto tacchettio aveva fatto sussultare – avrebbe giurato – pure le etichette adesive sul bancone.

«Mariamaddalena Stramengheridoni» disse la donna, a grandi passi verso di lui. «Non le sto a chiedere se lo ricorda». Enrico si irrigidì come un fermacarte. «Mi dica», riuscì ad articolare.

«Raccomandata all’Associazione Intergenerazionale per la Riqualificazione Filologica delle Toponomastiche Precolombiane».

Una palpebra gli prese a tremare come un cellulare in silenzioso.

«Avanti, mi prenda una busta in carta lignocellulosica anfiriciclabile come da direttiva europarlamentare 1128/2024».

Lo stomaco fece un origami.

«Su, metta il destinatario. Bartholomäus Von Pfefferkorn-Hildebrandt. D e T finali. Come mittente ovviamente il mio nome. Questa volta lo scriva giusto, per cortesia. E non mi perda il contegno».

Sudore nei calzini.

La salvezza parlò con la voce di Lucy dello sportello 3: «Signora Stramengheridoni, la prego, si accomodi: le direttive europarlamentari sono ora di mia competenza», con l’aplomb magistrale di chi finge per un bene superiore.

Enrico stentava a crederci. Il sangue circolava di nuovo nelle sue mani. Respirò a fondo, mentre il dlin dlon all’ingresso confermava che la vita era tornata a scorrere.

«B-buongiorno Comandante Caradentepontartigli», biascicò Lucy - lo sguardo apprensivo verso il collega.

«Non direi proprio», rispose l’ufficiale. «Devo inviare una retrodichiarazione di non-conformità con certificazione preesecutiva del Consolato Nordaustrale. Bettarelli, la vedo libero: facciamo presto».


Koumpounofobia

«Faccio strada.» disse Elia e introdusse Tea nel soggiorno. La aiutò a levarsi la giacca kimono e la appese accanto al suo blazer indiano. Sospirò di sollievo, niente bottoni! Tea si accomodò sull’enorme divano, accanto a un tavolino pieno di riviste di cinema.

«Vuoi qualcosa da bere? Non ho molto.» Trasse due bicchieri dal mobile bar, un sacchetto di patatine, le noccioline. «Ho del vino bianco in frigo, posso fare uno spritz.» disse, mostrando una bottiglia di Campari.

«Vada per lo spritz» disse Tea. Dalla cucina miagolò un gatto.

«Come si chiama il micio?»

«Nappi, bottone in finlandese.»

«Mitridatismo psicologico.»

«Brava.» disse lui, tornando coi bicchieri pieni.

Gli piaceva Tea. Le sorrise strizzando gli occhi da miope dietro le lenti spesse.

Lei si era sfilata le scarpe col tacco e si era accoccolata sul divano. Quel ragazzo timido, colto, la attirava.

«Domani di nuovo al cinema?»

«Certo» fece lui, «sono Vice. Quando leggi le recensioni firmate Vice, sono io.»

Gli occhiali ebbero un lampo divertito.

Lei si girò ridacchiando verso le noccioline, dandogli le spalle.

«Credevo fosse il tuo cognome.»

Lui posò una mano sulla cerniera del tubino nero, attese, poi la fece scorrere sulla spina dorsale.

Lei rise, si girò, gli sfilò con un gesto carezzevole gli occhiali e insinuò una mano sotto la T-shirt. Lui chiuse gli occhi, mentre le labbra di Tea si posavano sulle sue. Si baciarono a lungo poi, con un movimento sinuoso, la ragazza si alzò e si piazzò in mezzo alla stanza. Il tubino nero scivolò sui fianchi e Tea allargò le braccia con un sorriso sfolgorante mentre i suoi seni si protendevano verso di lui con la vistosa areola bruna dei capezzoli.

Gli occhi di Elio registrarono con orrore quei due cerchietti in pieno petto. Il cuore battè all’impazzata, la fronte si imperlò di sudore, un tremito agitò tutto il corpo e con un urlo Elio balzò dal divano correndo nel corridoio verso la camera della madre morta, mentre Tea, con gli occhi pieni di lacrime, si copriva i seni con le dita.


Nomofobia

Cosa fai appena ti svegli? Ti concedi un caffè, qualche pagina di un libro?

Per Anne la risposta era scontata. Appena la luce del mattino cominciava a filtrare attraverso le finestre, allungava la mano verso il comodino e afferrava il cellulare.

Quella mattina di dicembre il bagliore dello schermo superò quello della luce estiva. Strizzò gli occhi e sbadigliò. Un brivido di eccitazione le percorse la spina dorsale. Digitò un messaggio di auguri, poi un tap sull’icona di Instagram e fu subito catapultata nel suo universo parallelo fatto di like, reel e storie.

Il cellulare vibrò. Katie e Isha. Una gita al lago rosa, domenica. So Insta-ready! Un sorriso le si disegnò sulle labbra ma poi svanì. Aveva già un altro impegno. Si morse il labbro. Non poteva dire sì a tutto.

«Anne, la colazione è pronta», la voce di sua madre la riportò al presente. Sbuffò raccattando le ciabatte disperse sotto il letto.

«Sto arrivando» rispose senza staccarsi dallo schermo.

Un’altra notifica. Un evento di networking.

Messaggio di low battery. Dov’era finito il caricabatterie?

Ding. Andy aveva preso i biglietti per la mostra di Kusama.

«Per quando?» digitò aggiungendo un cuore.

Ding. Un’ultima notifica. Poi il telefono si oscurò e i battiti del cuore cominciarono ad accelerare. Guardò dentro il cassetto del comodino, sulla scrivania. Panico. Nessuna traccia del caricabatterie. Le ginocchia cominciarono a tremarle. Posò il cellulare sul letto e corse in bagno. Si sciacquò il viso. Aveva bisogno di aria. Un profumo di biscotti appena sfornati le inondò le narici e, come un filo invisibile, la riconnesse al tempo presente. Aprì la finestra e inspirò. Restò lì, accanto al davanzale, a contemplare la sua immagine riflessa sul vetro. I capelli arruffati, il viso senza trucco, la maglietta delle Matilda al posto del pigiama. Nessun filtro. Nessun like. Solo lei.

«Anne? Dove sei?» la incalzò sua madre.

«Eccomi» rispose afferrando il cellulare. Fece per uscire dalla stanza, ma si fermò un attimo come a soppesare l’oggetto che aveva in mano. Tornò indietro e lo chiuse in un cassetto.

Il mondo social, per un po’, poteva aspettare. Forse.


Phobos

Alessandro era accanto all’altare, il volto fiero e smanioso d’azione. Poco distante un sacerdote attendeva assieme a un enorme bue l’inizio del rito. Attorno a loro i soldati, con gli sguardi carichi di apprensione e attenti a cogliere il responso degli dei.

L’indovino sollevò le mani al cielo e invocò l’aiuto di Zeus, finché non fu il turno di Alessandro che, con i palmi verso il sole, pregò ad alta voce: «Oh dei, supplico per la salvezza dei miei soldati!»

Quelli lo stavano fissando, tremanti. La piana di Gaugamela e le infinite schiere persiane li stavano aspettando.

«Donate forza al sangue dei greci, rendete salde le loro gambe, potenti le loro braccia!»

Guardò i suoi uomini: i volti persi, le spalle basse.

«Affilate le loro spade e mandate a segno le punte delle loro lance!»

Ancora quella paura nei loro occhi.

«E a te, Phobos, offro sacrificio, per supplicarti di non impossessarti dei miei compagni, ma di prendere i nostri nemici e farli fuggire!»

L’animale si avvicinò quieto all’altare, quasi zelante. L’indovino annuì: sembrava che Phobos apprezzasse l’offerta. I soldati parvero rinvigorirsi, qualcuno sorrise.

Alessandro afferrò il coltello, ma il suo braccio mancò di forza, la sua mano prese a sudare, le dita a tremare. Con orrore si vide esitante; all’approssimarsi di una battaglia l’esitazione era una cattiva compagna. Quando notò la lama oscillare nella sua presa, capì: Phobos si era impadronito di lui. Allora sollevò ancora una volta le mani al cielo e urlò: «E allontanati da me, potente Phobos, che sempre ti ho riverito da uomo mortale quale sono!»

Improvvisamente la sua mano riacquisì forza. Il coltello passò veloce sulla gola del bue e schizzò il sangue a terra.

Poi Alessandro salì su Bucefalo e cavalcò verso la battaglia seguito dai suoi guerrieri, saldi e impazienti. Phobos aveva esaudito le sue preghiere e se n’era andato altrove, non senza avergli ricordato che per quanto grande fosse l’uomo, il suo coraggio soggiaceva pur sempre agli dei.


Talassofobia

«Dai, questa è l’ultima.»

Gaia, seduta sugli scogli, stava facendo la respirazione lenta come le avevano insegnato. Invece di andare da uno psicologo, Andrea l’aveva portata da questa esperta, con una serie di diplomi appesi al muro, in discipline che lei non aveva nemmeno mai sentito. Insomma, un po’ troppo guru per i suoi gusti. Ma tanto valeva provare.

Andrea aveva insistito: vedrai, Susy Raini è molto brava.

«Forza, tesoro.» Lui le toccò la spalla.

Gaia guardò l’acqua dello Jonio, alzò la testa e studiò il percorso che doveva fare per arrivare fino alle Grotte del Diavolo. Sotto le arcate di tufo avrebbe potuto mettere i piedi sulla sabbia. È un posto magico, aveva detto lui. Fece un ultimo respiro e si gettò dallo scoglio.

Riemerse subito e tenne la testa fuori, guardando il cielo terso.

«Amore, ce la farai! Sono qui vicino a te!», urlò Andrea.

Gaia cercò di sorridere. Ce la farai un accidente. A lei piaceva la montagna in fin dei conti. Guardò il suo fidanzato che alzava le braccia in segno di vittoria.

Nuotò a rana verso le scogliere, sotto la loro ombra il mare divenne blu profondo. Il respiro accelerò. Si concentrò per rallentarlo, ripassando le sedute dalla Raini. Le pietre sulla schiena, le campane tibetane per l’armonia. Non funzionava. Quando fu sotto alle arcate allungò le dita dei piedi, non trovò niente. Abbassò lo sguardo. Le sembrò di vedere un tentacolo enorme passare sotto di lei. Fece un singhiozzo strozzato mentre cercava di stare a galla, mulinando le braccia. Era in affanno, e cominciava a inghiottire acqua salata. Si chiese perché Andrea non fosse già lì a salvarla e si voltò. Lo vide ancora sugli scogli, accanto a lui era comparsa una donna. Chi era? Cominciò a lottare contro il panico, i suoi movimenti frenetici la facevano scendere verso il basso, dove i tentacoli attendevano. Cercò di urlare, ma ingurgitò acqua.

«And…», ancora acqua. «Coff, coff.»

L’ultima cosa che vide prima di inabissarsi fu Susy Raini abbracciare il suo fidanzato.


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