Numero 4 - Train d'Union

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Binario Morto

Nel vagone di coda, Sam gettò tuta beige e carrello delle pulizie in una stanza di servizio e si toccò l’orecchio.

«Ho percorso tutto il treno e non c’è traccia della Dama.»

«Sicuro?» rispose la voce nell’auricolare. «Hai notato qualcuno di insolito?»

Sam rise amaramente.

«Solo qualcuno? Sembra un circo ambulante. E avrei dovuto fermare l’uomo con la valigetta sospetta.»

«Non c’è tempo, Sam. Se non recuperiamo la Matrice, rimpiangeremo i tempi delle semplici bombe sui treni.»

Sam annuì e fece un grugnito. Si guardò attorno, poi alzò gli occhi al soffitto.

«Ma certo! La Dama non è nel treno. È sopra il treno.»

Sam raggiunse il finestrino e sfondò il vetro usando il martelletto di emergenza. Infilò gli occhiali protettivi e i guanti magnetici e si sporse fuori. Nei film sembra molto più facile, pensò mentre si issava sul treno in corsa e frammenti di vetro gli graffiavano le gambe.

Alla fine del vagone, una figura scura era china contro l’impeto del vento. Sam avanzò carponi lottando contro la forza dell’aria che lo prendeva a schiaffi. Arrivato a due metri dalla Dama però, un rivetto allentato cedette con un clank metallico. La donna si girò allarmata. Il suo volto era coperto da un passamontagna azzurro.

La Dama si buttò lo zaino sulle spalle, scattò in piedi e diede uno strappo secco alla corda di rilascio del paracadute il quale si aprì con un colpo sordo, strappandola dal treno.

Non puoi scapparmi proprio ora!

Sam saltò e agguantò la Dama in volo. Il paracadute si annodò e i due planarono violentemente nei campi che circondavano le rotaie in una crisalide multicolore di poliammide.

La caduta si arrestò contro una macchia di cespugli. Prima che la Dama potesse rialzarsi, Sam la immobilizzò.

«Dammi la Matrice,» disse strappandole via il passamontagna dal volto. Ma i suoi occhi incontrarono il sorriso sardonico dell’informatore che li aveva messi sulla pista della Dama.

«Sam che succede? L’hai catturata?»

Sam fissò l’uomo. Le parole gli si strozzarono in gola.

«Non è la Dama. »

Sam guardò il treno allontanarsi verso l’orizzonte. Da qualche finestrino, la vera Dama si stava probabilmente godendo lo spettacolo.


Biscotti o taralli?

“Il marrone non gli dona”, pensò Giada, mentre riassortiva il carrello degli snack. Arrossì subito. Con quello che gli era successo. E lei a pensare alla giacca.

Lo conosceva, in un certo senso. Come tutti gli habitué di quella tratta: era un po’ come guardarsi una serie a puntate. A ogni viaggio, lei sentiva anche le conversazioni più sussurrate. Cintura nera di labiale. Perché quando sei sordomuta, fa la differenza.

Era così che aveva saputo: l’incidente, la moglie, le figlie. «Non so se ne uscirà mai», avevano mormorato i colleghi.

“Un modo lo ha trovato”, pensò Giada. Certo però che non sembrava più nemmeno lui. Non lo sguardo, non i gesti. E poi, con chi diavolo stava? Quel tizio col Panama le dava i brividi.

Sistemò sul carrello la lista degli snack — quella che parlava al posto suo — e cominciò il giro. Ma li teneva d’occhio.

E li sentì: «Verrà colpito», «non saprete più nulla di me».

Vide poi la busta, le valigette identiche.

Capì. Mr Marrone stava vendendo l’anima al diavolo. Per seppellire chi era stato? Il padre, il marito? Chi può dirlo.

“Così no”, pensò Giada. Ma che poteva fare? Ci sarebbe voluto un miracolo.

“Peccato che non esistano”.

Tranne quando accadono.

All’improvviso, tutto si fermò. Corpi, mani, occhi. Come un fermo immagine.

“Ci dev’essere una spiegazione” si disse.

“Una logica. Tipo - chessò - un’onda che manda in stand-by i cervelli. E magari vien fuori che la fortunata sono io, che non mi funziona la coclea”.

Le si affacciò un’idea folle - le sue preferite.

Andò dritta da Panama. Provò a caricarselo sulle spalle: niente, troppo pesante. Lo trascinò giù dal treno. Lo sistemò nel campo lì davanti: semi sdraiato, cappello sugli occhi, spiga in bocca. Da cartolina.

Tornò da Marrone.

Clac.

Prima valigetta: carte su carte. “Segreti industriali? Bene, a questi ci penso io. Ho il sacco della spazza più grande di tutto il treno. E non ho paura di usarlo”.

Seconda: soldi. Tanti. “Li volevi? Tienteli. Ti do giusto un’idea”.

Girò la lista degli snack e ci scrisse - bello grande - “MoneyForGood.org. Gliela sistemò sulle gambe e uscì.

“Chi ha orecchie per intendere, intenda”, sorrise.


Giochi di ruolo

«Giletti cosa non capisce della parola sbagliato?»

La Dottoressa Melissa Vanni tamburellava le unghie laccate di rosso sul tavolo mentre mortificava Giletti al telefono.

Jacopo, seduto di fronte a lei, guardava il paesaggio scorrere dal finestrino, tenendo d’occhio il riflesso del suo capo.

«Tu, hai finito con il report?» disse brusca lei, troncando la conversazione telefonica.

«Sì, Dottoressa, fatto.»

Jacopo girò l’iPad urtando senza volerlo il bicchiere con il caffè caldo, che si riversò sulla gonna del tailleur.

«Imbecille!» urlò lei. Qualche sopracciglio si alzò dagli altri posti della prima classe semivuota.

Sgusciò dal sedile e andò verso il bagno, lui la raggiunse, reggendole la borsa e bofonchiando scuse.

La Dottoressa fece scorrere la porta ed entrò, Jacopo la seguì.

«Cosa fai?» esclamò stupita.

Lui fece scattare la serratura. Per un momento il CEO della RVS S.p.a. rimase ammutolita.

«Ora ti dico cosa succede e tu fai la brava.» La voce di Jacopo era diventata ruvida. Melissa sgranò gli occhi. Il ragazzo fece un mezzo sorriso, vedendo l’iniziale timore di lei crollare non appena capì chi aveva di fronte.

«Max», rantolò.

«Sì, ma come si dice?»

«Sì, signore.»

«Brava. Per fortuna mia non ti prendi mai la briga di osservare i tuoi dipendenti, vero? Io invece la voglia che hai sulla clavicola la riconoscerei tra mille.»

Melissa si morse il labbro. Jacopo si avvicinò, compiaciuto del modo in cui i fianchi della sua schiava fremevano di eccitazione ai suoi ordini.

Avevano iniziato a chattare, anonimi, come spesso succede. I ruoli erano stati chiari fin da subito, le parole sicure stabilite, e i rituali consolidati. Avevano testato i limiti e ora erano una squadra affiatata. Unico vincolo ai loro incontri: le luci basse e le maschere sempre addosso.

«Sai cosa devi fare, vero?»

Melissa gli porse i polsi tenendo lo sguardo basso. Lui si slacciò la cintura e la girò attorno alle braccia di lei. Qualcuno bussò alla porta del bagno.

«Occupato!» A Melissa uscì un gemito spezzato.

«Brava la mia ragazza», le sussurrò all’orecchio.


Il treno per Nullarbor

Non era un giorno qualsiasi a Nullarbor Plain. Era giovedì, il giorno in cui il Tea & Sugar train arrivava nel minuscolo insediamento di Loongana, nel cuore dell’Australia meridionale.

Seduta sopra un vecchio tronco nel portico di casa, Sky fissava l’orizzonte sforzandosi di mettere a fuoco il paesaggio. Davanti a lei, un mare di terra senza colline, né alberi. Solo un deserto color ocra, spaccato in due dai binari della ferrovia, dritti come la lama di un coltello.

Nonna Elsie, lì di fianco, lavorava ai ferri, intrecciando fili di lana e vecchie storie.

«Nonna, quanto manca?» chiese Sky interrompendo il suo racconto.

L’anziana posò i ferri sulle gambe e guardò l’orologio: «Ci siamo quasi. Il treno sarà qui a momenti».

Sky sbuffò e strinse le ginocchia al petto, stropicciando le pieghe dell’abito a fiori che indossava nei giorni di festa.

Erano passati parecchi mesi da quando il medico della Royal Flying Doctors le aveva prescritto degli occhiali e, per Sky, quell’attesa sembrava non finire mai.

«Pensi che arriverà oggi il mio pacchetto?»

Elsie annuì. La ruga in mezzo alla fronte sembrò diventare più profonda. Si alzò e si chinò verso la bambina, sfiorandole i capelli neri e ricci.

Sky avvolse la nonna in un abbraccio. Le sue pupille dilatate cercarono il suo volto. Anche se un po’ sfocato, le ricordava tanto quello di sua madre.

Un fischio le fece sobbalzare entrambe. Il Tea & Sugar train stava arrivando.

La bambina cacciò un urlo. Prese la nonna per mano e la trascinò verso la stazione.

Il treno si fermò con un sibilo accanto a una pensilina e un uomo anziano in divisa scese dal vagone centrale. Era Alf, il postino.

Cercò Sky con lo sguardo e le porse un pacchetto con un nastrino blu.

La bambina lo strinse al petto e poi lo aprì. Sfilò con cura gli occhiali e li poggiò sul naso.

Intorno a lei tutto cominciò a girare come su una giostra. Cercò il braccio della nonna come appiglio.

Poi, piano piano, ogni cosa divenne più nitida: le rughe sul volto di Elsie, gli occhi azzurri di Alf, le roselline ricamate sul suo vestito.

Si guardò intorno. La pianura di Nullarbor non era cambiata, ma ora lei la vedeva in tutta la sua desolata bellezza, fino all’orizzonte e oltre.

I suoi occhi si assottigliarono in due falci di luna e un sorriso le si disegnò sul volto.

Tra le dita, leggero, il nastrino blu le scivolò via catturato dal vento.


Il vuoto

«Stai attento a non cadere», disse con gentilezza Rosa, aiutandomi a salire sul treno. Arrivando al binario mi ero quasi scontrato contro un signore in completo marrone che fissava il tabellone degli orari.

«Sono le medicine a darti le vertigini?» proseguì lei. Feci di sì con la testa e cominciai a guardarmi intorno. Trovai posto al mio bagaglio proprio sopra i nostri sedili. Controllai che la chiusura a scatto fosse assicurata bene e accarezzai il rivestimento in pelle rovinato. Accanto, posai il mio cappello a cilindro. Ci sedemmo uno di fronte all’altra e poco dopo il treno partì. Il paesaggio fuori dal finestrino era un telo verde e azzurro puntinato di case che fuggivano via. Rosa mi osservava preoccupata, io guardavo fuori. Quando la vidi addormentata, mi alzai. Con molta cautela presi la valigia, ma, nel tirarla giù dalla cappelliera, il manico malconcio si staccò. Fu un miracolo afferrarla al volo.

«Dove stai andando?», disse mia moglie, ridestata.

«Voglio solo sgranchirmi le gambe», protestai e feci per allontanarmi, ma lei si alzò e mi prese un braccio per bloccarmi. Mi divincolai e, con un sonoro schiocco di dita, immobilizzai tutti i passeggeri del nostro vagone. Tutti tranne lei.

«Ma che hai fatto? L’inibitore di magia non funziona più?», urlò.

«Ho smesso di prenderlo. Non voglio essere un altro uomo ordinario in mezzo a mille uomini ordinari.»

A un cenno della mia mano, la porta dello scompartimento si spalancò. Dall’altra parte, gialle praterie al tramonto, una terra incontaminata e pura. Era un peccato rovinarla con la mia spazzatura, ma tenermi quella valigia mi stava portando alla pazzia.

Mia moglie non demordeva.

«Che cosa hai messo qui?» disse, afferrando e strattonando la mia valigia.

«Ti prego, non aprirla», la implorai, ma era troppo tardi. Il mio vuoto, quello che per anni avevo represso e confinato lì dentro, scalpitava per uscire. La serratura si ruppe e scattò, e tutto divenne nero. Fui risucchiato dentro la mia valigia di pelle e con me un essere peloso e miagolante: unica anomalia nel buio attorno. Almeno non avrei passato l’eternità da solo, mentre là fuori la voce di Rosa urlava il mio nome.


In licenza

«Guarda Lory, bombombini gusini

Lorenzo alzò lo sguardo dal suo smartphone per posarlo su quello del fratello che, ridendo, gli mostrava un video.

Il reel non era poi così divertente ed era sciocco almeno quanto quelli che stava guardando lui da mezz’ora, seduto su una panchina della stazione. Non rispose ad Alessandro e tornò al suo schermo. Un attimo prima di ricominciare a scrollare si sentì percorso da un brivido: suo nonno non era più seduto accanto a lui.

Scattò in piedi e prese a girare su sé stesso nella speranza di vederlo ancora lì vicino: non c’era.

«Ale, il nonno è sparito!» gridò al fratello.

Non aspettò la sua reazione e prese a correre ovunque, con lo sguardo che vagava frenetico su decine di volti anonimi, tutti indifferenti alla sua crescente disperazione.

Maledisse sé stesso per essersi distratto così tanto.

La gola serrata da un nodo d’ansia pensò alla madre, che lo aveva considerato abbastanza grande e responsabile da accompagnare suo padre a casa in treno: che delusione le avrebbe dato!

L’ angoscia lo paralizzava a intervalli, nel caos della stazione che gli pareva ora immensa e piena di pericoli: il nonno, con la sua demenza, non avrebbe saputo ritrovare i nipoti, né chiedere aiuto. La paura lo spingeva a riprendere a correre, verso un binario, poi verso l’altro, in cerca del suo volto familiare perso tra mille estranei.

La folla diventò opprimente, annunci gracchianti e vocii confusi si amplificavano in un’eco assordante. Il fischio improvviso di un treno in partenza lo fece sobbalzare e voltarsi di scatto.

E lo vide.

Fu invaso dal sollievo mentre lo guardava chiedere qualcosa a una ragazza dai ricci neri seduta su una panchina. Corse verso di lui, facendosi strada con difficoltà tra le persone che sembravano intenzionate a rallentarlo.

A raggiungere per primo il nonno fu infatti il fratello. Quando finalmente si avvicinò, lui gli stava chiedendo: «Dove stavi andando?», prendendogli delicatamente il braccio.

Il nonno, con voce incerta, rispose: «Devo tornare in caserma, la licenza è finita».

«Va bene, ora ci andiamo insieme» gli disse Lorenzo, trattenendo a stento la commozione mentre stringeva piano la sua mano ruvida.


L'esame di fisiologia

«Lau, scendi!»

«Ciao Ros! Vuoi salire?»

«Salire? Mancano dieci minuti!»

«Allora abbiamo tempo. Dai, sali che ti faccio vedere una cosa!»

Sospiro, già pentita. Il cancelletto si apre con un pigro BZZZ, lo spingo e cammino veloce lungo il vialetto. Il portone è aperto, le scale familiari. Le salgo a due a due.

Mi accoglie ancora in pigiama.

«Ti piace questo mascara? L’ho preso da Kiko. Dai, provalo!»

Alzo gli occhi al cielo. Mi arrendo.

«Ecco, provato. Ora sembro un panda che sta per perdere una sessione di esame.»

«Oh, quanta fretta. Abito attaccata alla stazione. E poi, ho mai perso un treno?»

Laura scompare nella sua stanza. Io continuo a fissare l’orologio del cellulare: non ce la faremo mai.

«C’è sempre una prima volta.» le urlo dal corridoio.

«Tranquilla!» esclama, emergendo vestita, impeccabile come se dovesse discutere la tesi.

In un lampo è fuori casa e, sbattendo la porta dietro di sé, si lancia giù per le scale con l’agilità di una trail runner. Mi sforzo di starle dietro, lo zaino che mi sbatacchia sulla schiena, i movimenti legnosi di chi non fa sport da quando aveva otto anni.

Mentre ci scapicolliamo per strada mi scappa da ridere. I miei singulti strozzati si mescolano alla sua risata luminosa. La guardo: i ricci neri ondeggiano scomposti nell’aria umida.

Mentre ci avviciniamo alla stazione metto a fuoco il monitor delle partenze. Ecco il treno. Non lampeggia.

«Dieci minuti di ritardo!» strillo.

«Che ti avevo detto?» fa Laura, trionfante.

«Fossi stata solo io, sarebbe partito in anticipo.» bofonchio, piegata in due.

Laura mi si piazza davanti, saltellando. «Dai, ripassiamo. Ormoni dell’ipofisi?»

«PH, ormone della puntualità. Ma tu non ce l’hai.»

Mi arriva un buffetto sulla spalla. Ci sediamo sulla panchina, accanto a un signore dall’aria assente.

«Andrà benissimo, Ros. Fidati. E poi, ricorda cosa ci aspetta la settimana prossima.»

«Ibiza.» sussurro, controllando l’eccitazione nella voce, e appoggio la testa sulla sua spalla mentre da lontano sento arrivare il fischio del treno.


Li vedo ogni giorno

Li vedo ogni giorno. Sono uno che osserva.

La donna con la sciarpa bianca sale sempre alla stessa stazione con il solito passo esitante. Oggi ha pianto con il telefono in mano. Si è voltata verso il finestrino e si è strofinata gli occhi, facendo finta di niente.

Il signore in giacca e cravatta ha la testa infilata nel computer portatile. Pare più interessato ai suoi numeri che a tutto il resto. Ogni tanto apre un file intitolato bozza.doc, ma lo richiude subito. Non ha tempo per queste scemenze, lui.

E poi c’è lei, la ragazza che legge da mezz’ora, ma non gira mai pagina. Il volto assorto, la testa altrove. Si desta dai suoi pensieri. Chiude il libro e prende il cellulare. Guarda il sito dell’università. Esami sostenuti: zero. Apre WhatsApp e legge l’ultimo messaggio di sua madre:

28 in diritto privato. Bravissima! Questa sera festeggiamo al giapponese.

Si morde il labbro. D’istinto fruga dentro la borsa. Tira fuori una penna e un taccuino blu. Apre una pagina bianca e, con un tratto incerto, scrive:

Non ho mai scelto niente nella mia vita. Nemmeno adesso.

E poi in mezzo alla pagina in stampatello:

SARA=NULLA

Poi riguarda il messaggio.

Questa sera festeggiamo.

Ma lei lo sa: questa sera, no. Questa sera non ci sarà.

Ripone il taccuino, si alza per scendere. Davanti a lei, nel corridoio, una donna piange smarrita. In mano ha una valigia e un cappello a cilindro. Grida, scuotendo il bagaglio:

«Esci da qui! Vieni fuori! Aiuto! »

Sara la guarda, confusa. Ma si avvicina. Le fa posare la valigia, cerca di calmarla. Le parla con dolcezza. E mentre lo fa, si dimentica per un istante del ristorante giapponese, dell’esame non dato e della sua fine.

Io le osservo. E, a modo mio, sorrido.

Faccio questo viaggio tutti i giorni, e ogni volta li vedo. Tutti così pieni di pensieri che io so ascoltare. I loro silenzi fanno rumore. Ridono, piangono, si guardano, si sfiorano. Qualcuno parte. Qualcuno torna. Qualcuno resta ma vorrebbe andare. Qualcuno va, ma vorrebbe restare.

Io li accompagno. So quando salgono, dove scendono, cosa portano negli occhi e nel cuore. E a volte vorrei raccontarlo a qualcuno quello che vedo. Ma non posso.

Io non parlo. Io vado.

Alla fine, cosa volete che ne sappia? Sono solo un treno.


Mondi paralleli

Finalmente si parte!

Il treno è carico di merci e pacchi; la gente nei piccoli villaggi lungo il tragitto sarà impaziente di riceverli. Il viaggio è lungo e difficile, ma il macchinista è pronto e si concentra sul suo lavoro. Fuori dai finestrini, un ambiente desertico, neanche un albero in vista.

Il treno avanza spedito, finché all’orizzonte non appare un gruppo di edifici: ecco la prima stazione. Il macchinista vede le persone in banchina che salutano, felici che la loro attesa sia finita. Il treno rallenta, poi si ferma. Vengono scaricate le cose da consegnare, e se ne caricano altre che dovranno essere portate alle stazioni successive.

Si riparte: ciuf-ciuf!

Il paesaggio sembra sempre lo stesso. Nulla tutt’intorno, a eccezione dei binari che si estendono davanti alla locomotiva.

Ma all’improvviso, uno scossone.

Succede tutto velocemente. Il macchinista perde l’equilibrio. “Che succede?”, pensa. Poi si sente mancare il pavimento sotto i piedi. “Cadiamo?! La terra ci vuole inghiottire? Aiuto…”

Tonf.

Il trenino vola dal tavolino per atterrare sul corridoio centrale del vagone. In quel momento passa un signore che, correndo a gambe larghe, lo evita per un pelo.

«Andrea, fai attenzione!»

«Scusa, zia…» risponde il bambino, e si alza per raccogliere il giocattolo che gli è scappato di mano. È la riproduzione del Tea & Sugar train che la zia gli ha portato dal viaggio in Australia.

«Su, dallo a me che lo metto in borsa. La prossima fermata è la nostra.»

La donna allunga la mano col palmo verso l’alto, sovrappensiero. Quello 007 dei poveri che è passato durante il tragitto non l’ha minimamente notata. Merito del nanerottolo che ha al seguito, pensa sorridendo.

«Peccato che papà non viene a salutare la mamma.»

«Ha avuto un contrattempo, ti riaccompagnerà la prossima volta.»

Già, un vero peccato. Fortuna che lei fosse nei paraggi, pronta a prendersi cura del nipotino al posto del fratello. Bisogna saper cogliere occasioni come questa, quando sei la Dama.


Piano di Evacuazione

Avevo il biglietto per la prima classe. Tre ore di viaggio comodo e fresco per andare al concerto atteso da un anno. Caldo e smog li avevo lasciati fuori dal finestrino, con le altre rotture. Dovevo soltanto rilassarmi e lasciarmi cullare.

Ma poco dopo la prima fermata avvertii che qualcosa non andava. Un brontolio da lavandino stuppo, così sordo che persino il mio vicino, uno col panama in testa, si voltò. E subito dopo una pernacchia a tradimento che ammortizzai per un pelo.

Birra gelata e panino ignoto in stazione, più aria condizionata assassina. Qualcosa doveva essere andato storto perché il mio intestino iniziò a caricarsi come un compressore. Poi presi a sudare freddo e fu tutto chiaro. Crampi su crampi, sempre di più. E non era questione di dover travestire un puttino da sinfonia, ma di farsela addosso per davvero. Aiuto. Dovevo agire in fretta.

Infilai il corridoio zampettando a chiappe strette come se portassi un ordigno. Via tutti, pista. Volevo un bagno. Ne avevo bisogno più dell’aria.

La maniglia argento luccicò dal fondo dello scompartimento. Arrivai a tutta velocità pronto a sganciare la bomba. Ma mi schiantai sulla porta. Chiusa. Una voce di donna mugolò che il cesso era occupato, una risatina maschile che la compagnia era buona.

Maledizione. Ero in emergenza totale e dovetti cedere alla frustrazione di abbandonare un venticello che dedicai alla coppietta. Eppure non potevo demordere così. Ne troverò un altro, pensai. E mi fiondai a tutta nel vagone, ballonzolando, attento a non lasciare altri petardini.

Fui lesto. Ma anche sfortunato. E davanti al cartello “toilette fuori servizio” non riuscii più trattenermi.

Una sequenza di barriti. Un campionario da fognatura stile megalopoli asiatica. La feci tutta. In lungo e in largo. E ora sarei stato marchiato, maron, cloaca e schifo.

Ma nella disperazione trovai una speranza. Un’altra porta. “Privato”, c’era scritto, ma era aperta. Dentro un carrello per le pulizie, uno sgabello e alcune divise. Almeno mi ci potevo nascondere.

Restai lì per il resto del viaggio, seduto a gambe strette. Più tardi scesi con un paio di braghe grigie da lavoro. Seminuove. Che mi stavano pure bene.


Profumo di casa

Appoggiata sulla spalliera di un sedile in seconda classe, Clelia pensava che volare era sicuramente più comodo ma che niente poteva competere con il piacere di mescolarsi con quella umanità in fermento tipica dei viaggi su rotaia.

A interrompere il suo vagheggiare arrivò un forte odore di caffè: una donna in divisa, occhi saettanti e sorriso gentile, dispensava tazze tremanti e minuscoli sandwich ai viaggiatori affamati. “Quasi quasi butterei giù qualcosa anch’io”, pensò Clelia adocchiando una mezzaluna di salame che faceva capolino tra due fette di pane. L’addetta al carrello, però, non la guardò neppure: passò oltre a passo deciso, gli occhi fissi sulla nuca di un bambino concentratissimo sulla sua locomotiva giocattolo.

Improvvisamente, il signore davanti a lei abbassò di colpo il giornale che stava leggendo e puntò due occhi porcini dritti nei suoi. Quando era salita non l’aveva degnata di uno sguardo, ma adesso, arrotolando il quotidiano che li aveva separati fino a quel momento, la fissava con un’espressione predatoria che a Clelia non piacque affatto. Prima che l’uomo potesse avvicinarsi, lei approfittò del passaggio di un viaggiatore frettoloso per infilarsi davanti a lui e abbandonare il vagone il più velocemente possibile.

Dietro di lei, anche lo sconosciuto allungò il passo. Sembrava che stessero entrambi scappando da qualcosa. Improvvisamente Clelia udì un crepitio, poi uno sbuffo trattenuto, poi un odore acre e inconfondibile. Mentre il ragazzo si lanciava con disperazione contro il cartello “toilette fuori servizio”, lei inspirò a pieni polmoni. Gli si poggiò su una spalla, sotto un orecchio imperlato di sudore, e chiuse gli occhi.

Sotto le imprecazioni strozzate e gli ultimi peti striduli del ragazzo, il mormorio nei vagoni sembrava un ronzio. “Anche se la mia non è sempre una vita invidiabile, sa essere voluttuosa”, pensò Clelia sfregando tra di loro le zampette anteriori. Immersa in quel profumo di casa, si addormentò in un baleno.


RIME

Qualche minuto dopo la partenza, Leo controlla dal vetro che tutti abbiano preso posto, si sistema il mantello e irrompe nella carrozza:

«Buondì siori e siore, è arrivato il controllore. Biglietto, per favore!» declama a gran voce e si esibisce in un profondo inchino.

Chi se lo trova di fronte mormora stupito. Qualcuno sussurra al compagno di viaggio, altri borbottano infastiditi. Quelli di spalle voltano la testa, in un domino di occhi spalancati e ciglia alzate.

Lui sfodera una lente di ingrandimento luminosa e si ferma da madre e figlio: sa che i bimbi sono sempre affascinati dai personaggi pittoreschi.

«Sei un mago? Che bella! » chiede infatti il piccolo, indicando la lente alla mamma.

«Vuoi guardar nella mia magica lente? Illumina il mondo con un incantesimo potente

L’avvicina agli occhi del piccolo che fa “ohhh” entusiasta. La donna, mentre presenta il biglietto, sussurra un grazie al controllore.

Lui fa “ciao” con la mano al piccino poi si volge verso due ragazze coi libri sulle ginocchia, già pronte a esibirgli l’abbonamento sul telefono.

«Mille grazie, signorina. Che si studia? Medicina?» chiede, controllando il primo.

La ragazza annuisce titubante. L’altra è meno timida: «Sì, abbiamo l’esame di fisiologia!»

«Anche l’esame di sfrizziologia in un baleno sfrizzerà via

Più in là, un’anziana lo aspetta: «Ma che bel ragazzo! E che divisa rosso Valentino!»

«Signora cara.» risponde, inchinandosi a mani giunte. «La sua gentilezza è merce rara

Prosegue nei controlli e, di spalle, raggomitolata, con gli occhi fissi sul finestrino, riconosce la signora con la sciarpa bianca. Nota dispiaciuto che oggi è triste. Lei gli allunga il biglietto, tenendo gli occhi bassi. Non osa dirle nulla ma, insieme al biglietto, le restituisce anche un origami a forma di fiore. Ne ha sempre qualcuno in tasca.

Si avvicina poi a un uomo in cravatta, che, sgarbato, gli mostra lo schermo del computer con la sua prenotazione e gli mugugna:

«Siamo al circo? Quel costume, le rime, non si vergogna?»

«Nossignore, io coltivo buonumore. Le mie rime provo a seminare, per far staccare gli occhi dal cellulare. Se oggi anche solo uno ha sorriso, mi son guadagnato il paradiso


The Bridge

Mi guardo riflesso nel totem pubblicitario, sono insignificante con il completo in lino marrone e sembro più vecchio.

Sento la pelle della mia fida The Bridge, compagna di avventure dalla laurea in ingegneria, premere contro il palmo mentre procedo svelto.

Rallento sotto il tabellone degli orari maledicendo i dieci minuti di ritardo e vengo travolto da una donna in tailleur con tacchi a spillo vertiginosi. Sta urlando dentro degli auricolari, sventolando lo smartphone in ogni direzione. Per poco non vengo colpito da un artiglio laccato di rosso. Un ragazzo smilzo con l’aria smarrita, ombra della poiana al telefono, sillaba la parola scusa, voltandosi con le mani giunte.

Raggiungo la carrozza di prima classe, mi sposto per far passare un ragazzo che sembra avere una certa urgenza ed entro nello scompartimento.

«Ingegnere Testori, la stavo aspettando!». L’uomo mi sta fissando, sorride mentre arrotola e srotola il panama.

Gli sorrido sprezzante e mi lascio cadere sulla poltrona.

Mi guardo intorno: oltre a una coppia di anziani in fondo, siamo soli.

«La valigetta» dico.

Una The Bridge identica alla mia compare sul tavolino. Riesco quasi a sentire il profumo dei soldi al suo interno, sto pregustando il futuro che mi garantiranno.

Panama mi allunga una busta con un biglietto aereo. Sola andata.

Faccio scattare la chiusura metallica quando sento il carrello delle vivande. Una ragazza sta porgendo taralli e tè caldo alla coppia di vecchi. Sorride e indica il thermos del latte. La ignoro e continuo il discorso che avevo troncato:

«Non mi interessa chi verrà colpito, questa volta. 24 ore: scendo dal treno, mi imbarco e di voi io non saprò nulla. Come voi di me.»

Il mio interlocutore distoglie lo sguardo dal mio. Mi volto, infastidito: la ragazza ci sta fissando sorridendo. La scaccio con la mano e lei, un istante dopo, se ne va senza cambiare espressione.

Passo la mia valigetta a Mr. Panama, sto già dimenticando il mio passato.

Avrò modo di ripulirmi l’anima, penso, contando a mente il malloppo della mia nuova The Bridge.


ZOE

«Buongiorno, scusi, questo è il mio posto». La signora con la collana di perle squadrò la ragazza con la giacca rossa che, posato un trasportino sul sedile, sistemava uno zaino nel vano bagagli.

Poi la giovane si accomodò tenendo la gabbietta sulle ginocchia e si rivolse alla sua dirimpettaia:

«Le danno fastidio i gatti? La mia Zoe è abituata a viaggiare e si comporta bene anche quando la tiro fuori».

«Affatto» disse la signora sorridendo «avevo un gatto soriano».

Il treno si staccò dalla banchina della stazione e rapidamente acquistò velocità.

La ragazza con la giacca rossa mostrò il suo titolo di viaggio al controllore.

«Poffarbacco, abbiamo un gatto, mi dileguo di soppiatto, sono allergico al felino, micidiale quel micino». E si allontanò con una raffica di starnuti.

La ragazza e la signora scoppiarono a ridere all’unisono.

«Mi chiamo Matilde e la gatta Zoe».

«Piacere, Elvira, non si preoccupi per me» ed estrasse dalla borsa un tascabile e una custodia per gli occhiali da vista.

Con cautela Matilde tirò fuori Zoe dal trasportino. Era una gatta nera con vistose striature rossastre che si mise subito a ronfare, acciambellata sulle ginocchia.

«Brava Zoe, tesoro».

In quella un giovanotto sudato, che accompagnava una vecchia vestita di nero, occupò i sedili di lato: «Ecco mamma, finalmente abbiamo trovato i nostri posti, tieni tu la borsa del mangiare» e si diede da fare a sistemare due ingombranti valigie. Poi si schiantò esausto sul suo sedile.

La vecchia armeggiò con la zip della borsa frigo e ne estrasse un insaccato e diverse fette di pane già tagliato, dentro un canovaccio di bucato. «Salvo, hai fame? La vuoi la ’nduja?»

Le vibrisse di Zoe ebbero un fremito olfattivo, la gatta emise un miagolio straziante e, prima che Matilde potesse bloccarla, con un balzo scattò sulla ’nduja, l’afferrò e, alla velocità della luce, si fiondò verso la carrozza successiva. La gatta Zoe oltrepassò una donna urlante e, con la ’nduja fra le fauci, fu risucchiata da un’enorme valigia vuota che la carpì.


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