Numero Speciale: Frame

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Altrove

Erano rimasti da soli, sperduti sotto una luce sottile a reggere il buio pesto. Nessun altro nella gabbia di vetrocemento. Nessuna serenata, nessun gioco o schiamazzo nel quartiere. Nessuno che non fosse ancora stato deportato al campoprigione.

Nana aveva tanta paura e non c’era istante che non li sentisse già per le scale. Tremava, nonostante il caldo estivo, ed erano incubi per quelle divise, i manganelli e i volti coperti dai caschi. E ogni rumore che non fosse il crepitio della lampadina, o della pendola che perdeva colpi, non faceva che riempirla d’altre tenebre.

Ma a mezzanotte i passi che udì oltre il muro della stanza da letto, ferro e stivali, furono veri.

I mostri! Sussultò andando a rannicchiarsi tra le braccia di suo nonno, con gli occhi chiusi, per farsi piccola quanto più poteva. Lì volle sognare di poter tornare a giocare, ancora, nel prato dietro casa con i tuoni lontani, tra le cicale e il profumo di erba appena tagliata. E lasciò che il nonno la stringesse forte, come quando il temporale veniva per davvero e la luce se ne andava.

Ma i colpi all’ingresso cancellarono ogni carezza. Esplosero di violenza ingiustificata, inaudita che persino la catenella della porta si arrese troppo presto.

Nana prese a gridare «Aiuto! Papà, mamma, dove siete?» dove non potevano più fare niente, ecco dov’erano. E gli occhi le si gonfiarono di lacrime mentre quelli oramai si aggiravano per le stanze dell’appartamento e sguinzagliavano le loro ombre a rovistare e distruggere ovunque.

E non era tutto. No.

Prima una mano, una delle tante dentro un guanto, si allungò per afferrarla, mentre un’altra, armata fino ai denti, colpì suo nonno facendolo crollare a terra con la testa così fracassata che nemmeno il più bravo avrebbe saputo aggiustarla.

Poi una cerniera si aprì, un pantalone fece per abbassarsi e Nana capì che non le rimaneva più niente se non quella finestra aperta.

“Se solo avessi le ali”, pensò prima di saltare dal sedicesimo piano.

Lei sarebbe volata altrove.


Caro diario

È tardi e c’è un gran silenzio nel palazzo. Sembra che la notte sia più scura del solito e che nella stanza la luce della mia lampada da tavolo sia così forte da risultare fastidiosa, come un riflettore puntato in faccia.

Già, il riflettore di qualcuno che riesce a vedermi dalla finestra e che ride di me.

Tiro le tende, poi le riapro e torno controvoglia alla scrivania, facendo attenzione a non trascinare la sedia mentre mi avvicino, per non svegliare mamma e papà.

Caro diario… leggo sul taccuino, tra le cancellature dei miei tentativi precedenti.

Non so più scrivere, penso, facendo su e giù con le spalle.

Le dita della mano scivolano verso il pomello del cassetto, lo afferrano, tirano e quando spunta la copertina del quaderno, quello che non voglio più vedere, lo richiudo troppo forte. Ma non cambia niente, né il silenzio in casa né il buio fuori.

“Caro diario” ripeto tra me, mentre la matita torna a scorrere sulla pagina, “oggi doveva essere un giorno speciale perché finalmente ho trovato il coraggio di far leggere a mia madre quella storia con i cavalieri, gli elfi, le scogliere irlandesi dove il vento fa i riccioli all’erba e l’oceano schiaffeggia gli scogli. Quella che ho riscritto tante volte, di notte, fino a tardi. Mamma adora i racconti di fantasia e non stavo nella pelle, il cuore mi batteva forte mentre immaginavo a che punto fosse nella lettura, parola dopo parola. Quando è arrivata alla fine non ho resistito e le ho detto: «Ti piace? L’ho scritto io!»

«Tu? Non dire sciocchezze, l’hai copiato» mi ha risposto lei. Non mi ha creduto.

A quel punto le ho strappato il quaderno dalle mani e l’ho chiuso nel cassetto della scrivania, poi ho chiamato Tania per sfogarmi. La mia migliore amica, che è sempre positiva, ha detto di prendere la risposta di mamma come un complimento, ma io so che non è vero, perché per lei sono più bravi gli altri e a me manca sempre qualcosa.

Stavolta credevo di renderla fiera. Invece sono solo una stupida.”


Cindy

Alle 23 Cindy entrò negli uffici della Flight Corporation al trentesimo piano del grattacielo durante un blackout temporaneo. Accese le luci di emergenza e le vetrate della sala di rappresentanza brillarono nella notte.

Introdusse il carrello con scope, detersivi e stracci.

“Si comincia” si disse, posando un copione sul ripiano della scrivania e, spolverando il mogano, sussurrò nel silenzio:

«Ma tu chi sei che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei più segreti pensieri?» e riordinò le penne e le matite nel bicchiere di cristallo.

Cambiò tonalità: «Il cielo sarà così bello che tutto il mondo si innamorerà della notte.»

Strofinò la cornice d’argento della foto di famiglia e proseguì a voce alta: «Separarsi è un sì dolce dolore, che dirò buonanotte finché non sarà mattino». Ingrassò il cuoio della poltrona del Capo. Impilò gli appunti, sbirciò il copione di sfuggita. Chiese: «Come e, dimmi, perché sei entrato qui dentro?»

Una voce dietro di lei proseguì: «Sulle ali leggere dell’amore ho scavalcato questi muri. L’amore non teme ostacoli di pietra.»

Cindy trasalì, ma si dominò e affrontò le sedie brandendo il piumino. «Le gioie violente hanno violenta fine.»

La voce dietro di lei implorò: «D’ora in avanti tu chiamami “Amore”, ed io sarò per te non più Romeo, perché m’avrai così ribattezzato.»

La ragazza si voltò, dando le spalle alle vetrate spalancate sulla notte.

«Ama, ama follemente, ama più che puoi e se ti dicono che è peccato ama il tuo peccato e sarai innocente.»

Un uomo in tweed le sorrise dal vano della porta.

«Brava! Lavoravo nell’altra stanza e l’ho ascoltata. Sono un appassionato di Shakespeare e la tentazione è stata troppo forte.»

«Mi chiamo Cindy. Domani ho un provino al New Globe Theater.»

«Ing. Prince. Sicuramente avrà la parte. Mi faccia sapere.» E uscì dalla stanza.

Cindy lasciò che il cuore riprendesse a battere normalmente.

La pendola battè dodici rintocchi.

Recuperò il copione, afferrò il carrello, spense la luce e abbandonò gli uffici.


Il famiglio

La sua finestra era l’unica illuminata in tutto il palazzo. All’improvviso, la luce delle candele si tinse di verde e June seppe che aveva funzionato. Il Grimorio sgualcito, trovato sepolto in una bancarella di libri usati, era sul pavimento aperto a pagina tredici. Diceva di aspettare le 3 del mattino e lei lo aveva fatto. Non aveva trovato le candele di sego nero, né le ossa di corvo. Al loro posto, semplici cerini e ossa di pollo. Ma June sentiva una forza nuova riempire la stanza, ora invasa da bagliori smeraldini, mentre una figura prendeva forma in mezzo al cerchio disegnato con il gesso. Poi un lampo. La ragazza temette che tutta la città fosse stata svegliata da quella esplosione di luce e, recuperata la vista, si trovò davanti al famiglio che aveva evocato.

«Non sei un corvo. Sei tutto spelacchiato,» constatò.

«Come osi, umana!» starnazzò il volatile, «Sei al cospetto di uno spirito antico.»

«Ma sei al mio servizio, il libro diceva così.»

Per tutta risposta la creatura cominciò a zampettare per la stanza, urtando oggetti e borbottando, finché non ebbe esplorato l’intero spazio, poi la fissò negli occhi e disse: «Tutto il contrario. Sei tu che aiuterai me a riconquistare il mio potere.»

June non si perse d’animo. Allungò la mano verso il libro e lo attirò a sé. Doveva trovare il contro incantesimo – e in fretta – senza allarmare il piccolo demone.

«Allora meglio se comincio a studiare, no?» tentò, con noncuranza. Gli occhi dello spiritello si fecero di brace, e un rivolo di fumo uscì dal becco. June prese a sfogliare il Grimorio. Ritrovò la formula e la lesse, questa volta partendo dal fondo, mentre girava attorno al cerchio di candele. Le prime fiamme uscirono dalle minuscole fauci del volatile. I piedi della ragazza cancellarono le linee di gesso sul pavimento, appena prima che la creatura spiccasse il volo. Le ossa di pollo fecero crack sotto il peso di June e con un soffio tutte le candele si spensero. L’uccello era svanito. La stanza ripiombò nel buio.


Il Muro

La finestra al quindicesimo piano del grattacielo rivelava una piccola luce tremolante, soffocata dall’oscurità intorno. Dentro l’appartamento Nina sedeva sul letto, le gambe rannicchiate al petto, la coperta indossata a mo’ di mantello, lo sguardo fisso sulla parete di fronte. La lampada proiettava ombre sul muro e lei sapeva che, da qualche parte, appena oltre lo strato sottile di intonaco, lui attendeva, nascosto.

Non era mai riuscita a vederlo davvero, ma l’aveva sentito. Avvertiva il suo respiro sottile, mentre si muoveva furtivo tra i muri e le crepe, scivolando da un angolo all’altro della stanza. Ne percepiva la presenza ogni volta che il legno scricchiolava o l’aria vibrava.

Nina stringeva forte l’orsetto Teo. Non riusciva a spegnere la luce, perché sapeva che, nel buio, lui sarebbe uscito dal suo nascondiglio. Era lì, pronto a strisciare fuori come un serpente. Avrebbe attraversato la parete della sua stanza e si sarebbe avvicinato piano, fino a sfiorarle il viso con le dita gelide.

Tutto era cominciato quando sua madre aveva accettato di fare i turni di notte in ospedale. Era iniziato come un bisbiglio impercettibile, poi erano seguiti gli scricchiolii, lievi ma insistenti, finché Nina non aveva quasi sentito il suo respiro sul collo.

La notte sembrava non finire mai. Nel silenzio dell’appartamento Nina sentiva battere il suo cuore all’impazzata. Poi, d’improvviso, un suono sordo. Una scossa gelida le attraversò le braccia e la schiena. Rimase immobile con gli occhi chiusi. Ma, proprio in quell’istante, il rumore delle chiavi che giravano nella toppa la destò dalla paralisi. Sua madre era a casa. Nina balzò giù dal letto e corse a spegnere la luce prima che la porta si aprisse. Si affrettò a tornare sotto le coperte, nascondendo il viso nel cuscino. Era salva.

Ancora una volta, il mostro del muro non l’aveva presa.


In a frame

Melbourne. Royal Domain Tower. Sono le tre di notte e Nikki continua a rigirarsi nel letto. Non riesce a prendere sonno. Allunga la mano alla ricerca di Luke, anche se sa di non trovarlo più accanto a sé. Le tornano in mente le sue ultime parole, quelle pronunciate sulla porta che le aveva sbattuto in faccia, prima di sparire per sempre dalla sua vita. Siede sulla sponda del letto e cerca le pantofole. Non le trova e ne è felice perché, camminando a piedi nudi, riesce a godere del contatto della pelle con il pavimento fresco. Recupera il cellulare scivolato dietro il cuscino e, con la luce dello schermo, raggiunge la porta della camera da letto. La richiude piano per non svegliare Carlotta che dorme nella culla, poi si dirige verso il suo angolo preferito della sala da dove può abbracciare, con un unico sguardo, il mare, il viale degli eucalipti e tutto lo skyline della città. Poggia la schiena alla parete e si lascia scivolare giù sul pavimento, portando al petto le ginocchia.

Tutta la città dorme ancora, avvolta in una pesante coperta scura. Gli appartamenti di fronte le sembrano tessere tutte uguali di un puzzle gigante, che racchiudono storie di vita che Nikki immagina più felici della sua. All’improvviso, si accende una luce nell’appartamento di fronte. Una sagoma barcollante attraversa la sala e poi si abbandona sul divano. È Sophia Clark. Ha una bottiglia in mano. Nikki la osserva e, come ogni notte da un mese a questa parte, la vede sprofondare in una voragine, nera come quella sulla Great Ocean Road che ha inghiottito l’auto con dentro i suoi figli e suo marito.

Nikki porta una mano alla gola e si avvicina ancora di più al vetro. Sophia sonnecchia sul divano davanti alla televisione con i suoi due cani acciambellati sulle gambe. La tavola è, come sempre, apparecchiata per quattro. Al centro un vaso con un unico fiore. Nikki ingoia una lacrima. Pensa a Sophia e poi alla sua vita. Poggia la testa sul vetro e prova a dare un senso a tutto quel dolore.


Insonnia

Maledetto jet lag. Sono le 4 di mattina e non ho sonno, così mi sono acciambellata sulla poltrona vicino alla finestra, a guardare fuori. Credevo che la città fosse ancora completamente addormentata, ma qualche minuto fa si è accesa una luce nell’appartamento all’angolo del grattacielo di fronte, due piani sotto il mio.

Nella porzione illuminata si è appena materializzata una persona. Mi sembra una ragazza, ma da qui non distinguo bene, gli edifici sono lontani. Per quel che posso vedere, comunque, non sta facendo nulla, è lì immobile. Sarei curiosa di sapere come mai è sveglia, magari è per lo stesso motivo mio. Oppure ha dei pensieri che non la lasciano riposare. Forse le farebbe piacere vedere che non è sola.

Non ho acceso nessuna luce quando mi sono rassegnata ad alzarmi dal letto. Mi piace muovermi nella penombra, come i gatti, però adesso vorrei provare a farmi notare. Quindi, cerco l’interruttore e lo premo, cosa che i miei occhi all’inizio non gradiscono. Appena si sono abituati, mi riavvicino alla finestra. Credo che mi abbia visto, però continua a stare ferma. D’improvviso, si gira e scappa via. Mica l’ho spaventata io? Comunque sia, la mia vaga idea di farle compagnia è fallita, per cui vado a prendere il libro che ieri sera ho lasciato sul tavolino.

Torno alla poltrona e prima di mettermi a leggere butto un’occhiata alla finestra illuminata. Dall’altro lato del vetro si vede di nuovo una sagoma, solo che stavolta non sta fissando fuori, sembra indaffarata.

Sta attaccando qualcosa al vetro. Una serie di fogli. Mi sembra che formino una H. Una richiesta di aiuto? Me lo sentivo che qualcosa non andava! Se ora aggiunge una E chiamo la polizia!

Oh.

Ha terminato.

La parola che i fogli compongono è: “Hi”.


Luce

Sono stata per innumerevoli notti la sola luce a rischiarare un angolo di grattacielo abbandonato.

Il bagliore accecante che ha seguito la grande esplosione ha spazzato via, a poco a poco, ogni forma di vita.

Notte dopo notte ho visto l’ombra avanzare: l’alba spegneva come sempre ogni punto luminoso, ma il crepuscolo ne riaccendeva ogni volta meno. Ho visto smorzarsi ogni chiarore in attesa di essere il prossimo e invece io c’ero ancora e ancora.

Nessuno da illuminare ormai, ma il mio automatismo tenacemente ogni sera mi riaccendeva. Unica lampada dimenticata ad affrontare il buio, ho trascorso infinite notti di solitudine cercando di animare il passato, ogni mio raggio teso a penetrare in crepe e fessure, rivelando oggetti abbandonati. La mia luce ha accarezzato sedie rovesciate, letti disfatti, libri lasciati aperti, ha danzato con la polvere che saturava l’aria e io, sola, non potevo che soffrire per il senso di meraviglia e nostalgia che la bellezza di ciò che è rimasto evocava.

Questo fino a qualche ora fa, quando al tramonto, quindici piani più in alto, si è accesa un’altra luce!

È lontana, il suo raggio da qui è solo un puntino dorato all’angolo opposto del palazzo, ma c’è: sento la sua radiazione unirsi alla mia e in me è riapparsa la voglia di rubare spazio al buio. Insieme.

Qualcuno è tornato ad abitare questo luogo dimesso? Notti fa mi è sembrato di illuminare il volo veloce di un uccello, credevo di averlo immaginato, ma forse quest’aria densa è di nuovo respirabile, la vita sta tornando!

L’ energia vibrante della nuova luce fa risuonare in tutto il grattacielo eco di ricordi dormienti e mi eccita pensare che altre forze si aggiungeranno alle nostre per combattere l’oscurità. Ero sola, ma ora siamo in due e domani magari saremo in tre e poi in quattro e riconquisteremo la notte. Risate ed emozioni abiteranno ancora i corridoi, colori e riflessi rinasceranno dall’oblio e la vita si riaccenderà in questi spazi intrisi di memoria e bellezza.


Merletto e unicorno

Seduta su una vecchia sedia in legno, i cui scricchiolii col tempo erano diventati silenzio, Egle guardava da un luogo lontano una finestra del ventunesimo piano.

Muoveva ritmicamente i fuselli del tombolo con le dita artritiche, attendendo l’istante che l’avrebbe illuminata: un rettangolo di luce nel buio.

Cora represse uno sbadiglio e premette l’interruttore della luce. Socchiuse gli occhi abbagliata, e aprì il frigo.

Sorrise pregustando lo stupore del momento in cui, tagliando una fetta, avrebbe rivelato gli strati arcobaleno del pan di spagna.

Sfiorò la torta, la crema liscia le accendeva il desiderio di leccarsi il dito.

Afferrò il vassoio e richiuse il frigo con il gomito.

Con il piede spostò l’unica sedia in legno, posta a capotavola rispetto alle altre quattro in plastica colorata, e poggiò la torta sul tavolo.

Percepiva sulla nuca la presenza di lei, il ticchettio dei fuselli che si muovevano svelti, mentre osservava la nipote intenta a replicare una sua ricetta.

Cora ricordò la mano ruvida che la guidava piano, la sua manina che stringeva troppo forte o troppo poco, i rimproveri scherzosi, l’aroma di limone, le risate.

Con abili movimenti, stese col mattarello la pasta di zucchero con cui ricoprì l’intero cilindro.

Accarezzò sovrappensiero la sedia e aprì nuovamente il frigo che custodiva sei sac à poche di crema variopinta.

Le ripose sul tavolo accanto ad un corno in pasta di zucchero e due lunghe ciglia.

Inclinando la testa di lato, lasciò i ricordi guidarle la mano: “Con la sinistra tieni la sac à poche in alto, esatto, ben chiusa. Con la destra invece la bocchetta tra le dita e con un movimento circolare, brava, così, spremi”.

Mise il corno al centro, decorò la criniera con ciuffi colorati di crema e adagiò le ciglia.

Sfiorò sorridendo una stella dorata sul lato della torta e disse piano “Ciao nonna”.

Nel suo luogo diafano, nonna Egle smise di ricamare, poi, col dito, accarezzò il contorno di un unicorno in pizzo, orgogliosa.


Myrage Royale

Centouno piani di cemento e finestre, tutte al buio tranne una.

Il magnate che aveva fatto costruire quel mastodontico ecomostro doveva avere un’idea tutta sua di lusso e bellezza.

L’aveva battezzato Mirage Royal, come recitava il mosaico fluorescente alla base della scalinata, in totale contrasto con l’architettura austera del complesso.

Qualcuno lo chiamerebbe “investimento sbagliato”, qualcun altro “bizza da miliardario”, fatto sta che il Mirage non aveva mai aperto i battenti e dopo il fallimento della Princeps Holding era confluito nel patrimonio da frammentare per tenere a bada il mare dei creditori.

Così, il palazzo era diventato una sorta di gigantesco sarcofago affacciato sulla strada a otto corsie e le luci non si erano mai accese. O almeno non l’avevano mai fatto fino a cinque minuti fa, quando le falcate di Moira hanno fatto tremare i cristalli della lobby.

Con sé ha soltanto un borsone in cuoio disseminato di monogrammi e un bagaglio emotivo traboccante di rabbia.

Lo sapeva, lo stronzo, che una cosa così grossa non gliela doveva fare. Lo sapeva!

Arrivata davanti alla suite centodue aveva tirato fuori dal reggiseno una chiave dall’aspetto barocco, e con due giri vigorosi alla serratura era entrata nella stanza pigiando l’interruttore della luce con le unghie smaltate.

Aveva gettato il borsone sulla moquette dorata e mosso qualche passo verso il centro della camera. In un istante la ruga tra le sopracciglia si era appianata e le labbra gonfie di filler si erano dischiuse in un’espressione di meraviglia: dalle finestre senza tende poteva vedere la città dall’alto, con i bagliori dei grattacieli e delle auto, uno sciame di lucciole saettanti.

Che Paul si tenesse la villa, la piscina e la sua puttanella.

Lei si era presa il Mirage Royal, sconfinato, contraddittorio e incompreso come lei.

Un bel posto per ricominciare.


Non sono più solo

Quando l’ultimo uomo sulla Terra vide accendersi una luce sulla facciata del grattacielo di fronte, pensò gli stesse venendo un colpo o, per lo meno, a uno scherzo della sua mente ormai sull’orlo della pazzia.

Sei mesi prima, infatti, tutti gli esseri viventi sulla terra erano scomparsi di colpo, come se Dio avesse deciso di sbaraccare la Terra come un esperimento fallito. Per qualche inspiegabile motivo, però, si era dimenticato di lui. Si sentiva un’anomalia, un errore residuo che nessuno aveva avuto il tempo o la voglia di correggere.

Ma ora non più. Poteva vedere chiaramente un’ombra aggirarsi nella luce lattea di quella stanza lontana. Sorrise al pensiero di vedere finalmente una faccia non sua.

Non sono più solo, pensò.

Doveva farsi notare, e in fretta. Provò ad aprire la finestra, ma non trovò la maniglia. Si alzò e incespicò nel tappeto. Afferrò uno degli sgabelli e lo sbatté sul vetro, una, due, tre volte finché non andò in frantumi. Poi prese la torcia e, puntandola verso la luce di fronte, lampeggiò per attirare l’attenzione.

“Ehi! Sono qui!” gridò. “Sono qui!” urlò ancora. La terza volta, però, la frase gli si strozzò in gola.

Si nascose sotto il davanzale, spense la torcia e la lasciò cadere come scottasse. Nonostante l’aria fredda della notte che entrava dal vetro fracassato, la sua fronte era imperlata di sudore.

Per mesi non aveva visto nemmeno una formica e ora invece c’era… qualcosa. E se la causa della scomparsa di tutto si fosse ricordata di avere ancora quella anomalia da correggere? E se l’ombra nella finestra di fronte cercasse proprio lui?

Deglutì.

Non sono più solo, pensò.

Si affacciò di nuovo. La luce era spenta e il grattacielo di fronte era tornato a essere uno dei tanti involucri vuoti della città. Per un attimo ne fu sollevato, ma la sensazione durò il tempo di voltarsi verso il buio della sua stanza: da ora in poi quella cosa poteva nascondersi ovunque.

La solitudine, dopotutto, non era il peggior destino possibile.


Oltre il vento

La luce al neon dava alla stanza quel nonsoché di ospedale che Arturo aveva sempre odiato. Così come aveva sempre odiato quel monolocale, con il letto in cucina che non si chiudeva più. E quel palazzo lugubre, con l’ascensore in perenne manutenzione e i vicini con cui non aveva scambiato più di qualche «Ciao» e «Sì, è ancora rotto» in dieci anni.

Il nastro adesivo gracchiò sulle alette dello scatolone con le cose da portare nella vita successiva. Non i completi gessati o le scarpe lucide, quelli erano ammassati in un angolo, insieme al tesserino Trading Corp. Da ultimo, Arturo staccò dal muro il poster del tramonto sulla savana. Era così logoro che gli si strappò in mano. «No!» grugnì. Lo sguardo corse oltre il vetro e sentì subito i muscoli rilassarsi. Eccola, la sua stella del mattino. Quella luce dal palazzo di fronte, unica compagnia durante le notti passate a studiare l’andamento dei titoli di mercato. Buttava l’occhio e la vedeva, un’amica silenziosa che lo salutava con due clic dell’interruttore, in un rudimentale codice morse prima di spegnersi, ogni mattino.

Con i polpastrelli disegnò sul vetro il contorno di quella finestra. Chiuse i pugni e, in pantofole, uscì di casa, corse giù per i quindici piani di scale, attraversò la strada deserta, digitò il codice dell’ingresso, uguale per tutto l’isolato, e su per altri dodici piani. Aggrappato al corrimano dell’ultima rampa rammentò che forse l’ascensore di quel palazzo funzionava e si diede del cretino, ma poi scorse un chiarore che sembrava voler fuggire da sotto la porta.

Gli aprì un ragazzo dall’aria più incuriosita che spaventata.

Arturo esitò, ma ormai era lì, faccia a faccia con uno sconosciuto che poteva essere lui dieci anni prima. Aprì la mano e gli porse mezza giraffa sgualcita. «Domani parto,» rantolò.

L’altro sorrise. «Ti aspettavo, credo.» Si scostò per farlo entrare. C’era uno scatolone aperto in mezzo alla stanza.


Poesia

Fisso immobile l’unica finestra accesa della torre alloggi di fronte, la numero tre.

«Mi avete sentito? Lo so che mi state ascoltando!»

L’uomo che ha osato accendere la luce durante il coprifuoco e ora sta urlando affacciato alla finestra è Tom.

Non dovrei conoscere il suo nome, ma solo il suo numero di identificazione.

Questa mattina, nell’area spaccio cibo della linea di produzione, mi fissava da uno dei tavoli in fondo. Stava violando le regole, ma non ho avuto il coraggio di dire niente. Poi come se non bastasse mi si è avvicinato.

«Ciao, io mi chiamo Tom. Abito nella torre di fronte», e mi ha stretto la mano.

Io mi sono schiacciato contro la parete in preda al panico, sperando che nessuno lo avesse visto. L’unica cosa a cui riuscivo a pensare era la regola tremilasettecento: Non sono permesse interazioni e parole.

E ora eccolo lì, con la luce accesa. E non solo parla, ma urla.

«Cercate negli anfratti, negli angoli. Dove non guardate mai! Li troverete!»

I lampeggianti delle sentinelle fendono il buio sotto alla torre. Sono arrivati.

«Aprite gli occhi e lei vi troverà! Si farà strada nel vostro cuore!»

Deglutisco un grumo di paura quando vedo le torce delle sentinelle sulle scale, due piani sotto l’alloggio di Tom. Ma rimango immobile. Non parlo, non mi muovo.

Il fracasso della porta divelta mi fa sobbalzare.

Lui si sporge dalla finestra in un ultimo tentativo di far arrivare le sue parole ma l’unica che sento è: «Poesia!»

Poi il rumore degli spari sovrasta la sua voce. Il corpo cade dalla finestra, nel buio.

Una delle sentinelle si affaccia. Si sente gracchiare il comunicatore.

«Individuo con anomalia terminato.» La sentinella si ferma ad osservare dalla finestra, ha un visore termico, ci vede tutti, immobili dietro alle nostre finestre.

Io stringo il pezzo di carta che Tom mi ha schiacciato nella mano. Lo leggo e il terrore mi assale, perché so che cercherò gli altri.

Questo recita: M’illumino d’immenso.


Richard

“Dev’essere il jet lag” pensò Larry, stendendosi sulla chaise longue davanti alla vetrata. La luce solitaria lì di fronte non aveva alcun senso. Quell’edificio era in disuso da tempo - chissà cosa aspettavano a demolirlo. Lo detestava: gli spezzava la visuale su Central Park. L’unico neo nella sua vita da copertina.

“Un Rémy Martin mi farà bene”, si disse. Era il rito di ogni sera, nel salone rischiarato appena dai bagliori della strada, venti piani più sotto.

Arrivato alla madia, si sentì a disagio. Qualcosa non tornava; eppure, era tutto in perfetto ordine.

“Non dovrebbe essere più buio?”. La domanda rimase sospesa: il clac del climatizzatore lo fece sobbalzare, e Larry vide il soffio d’aria smuovere dal mobile qualcosa che lui certo non vi aveva lasciato.

Lo prese al volo. Sul foglio sbiadito, le lettere a mano campeggiavano prepotenti. “Per crucem ad lucem”.

Larry mosse appena le labbra. “Richard”, ansimò. Il bicchiere si frantumò a terra.

Per crucem ad lucem.

Richard, e la sua maledetta mania per il latino.

Per crucem ad lucem. Si voltò di scatto. La luce dell’appartamento di fronte era sempre lì, e si era fatta più intensa. Molto più intensa. E fredda. Un occhio di bue che puntava la sua casa. Che puntava lui. Per crucem ad lucem.

Riguardò il foglio: temeva di sapere cos’era. Ed eccola, sul retro. La sua firma. Sull’accordo con cui si era comprato quella vita, tagliando fuori il suo mentore, e socio. Richard McCoy. Ma che avrebbe dovuto fare? Certi treni passano una volta sola. E poi Richard aveva avuto le cure migliori, no? Chi aveva pagato le migliori cliniche, chi i luminari? E infatti si era ripreso, alla fine. Poi, l’incidente. Era stata quella moto a mandarlo al Creatore. Non la depressione, e non certo lui.

La pendola gli interruppe i pensieri. Dieci, undici, dodici. Larry sgranò gli occhi. Mezzanotte del 23 marzo 2024. Dieci anni esatti.

Guardò l’edificio di fronte: la luce non era più lì. Aveva iniziato a strisciare silenziosa verso di lui. E a prendere forma.


Tua

È notte fonda e Mia, inquieta, si rigira nel letto da ore, incapace di prendere sonno, finché una luce che si accende nel palazzo di fronte la fa scattare a sedere.

Va alla finestra e si aiuta con le dita a contare i piani, cerca nella matematica la sicurezza che sia la finestra di Amal. Dieci, dodici… è proprio quella del suo compagno di banco. Le labbra si schiudono in un sorriso, mentre, nel buio, poggia la fronte al vetro, sperando di scorgerne l’ombra dietro le tende.

Amal vive nel palazzone con altri somali che lavorano nei mobilifici della zona.

«Chessce’?» biascica Isa, sua sorella maggiore, dal letto lì accanto.

«S’è accesa la luce della stanza di Amal, volevo vedere se è vivo, non viene a scuola dalla settimana scorsa.»

«Da quando ha offeso la Prof?»

Amal aveva corretto di nuovo la Prof di Mate, lei indispettita l’aveva spedito dal preside che, allargando le braccia, gli aveva detto che capiva ma non poteva cacciarla.

«Già» annuisce Mia. «Queste mattine l’ho aspettato sotto casa, come sempre, ma non s’è visto e non legge i messaggi.»

«Sta bene, ieri l’ho visto che consegnava poke, mi ha detto che ha deciso di studiare da solo perché al Liceo Melotti perde tempo. Gli ho risposto che lì può far crescere quel suo talento pazzesco» poi Isa si gira e torna a dormire.

“Vero” pensa Mia tra sé e comincia a disegnare col dito sul vetro appannato, congiunge le finestre buie del palazzone come nel gioco dei puntini, e mentre intreccia percorsi, alcuni lineari, altri tortuosi, sul letto vibra il telefono: è un messaggio di Amal.

«Grazie Tua, appunti e polpette top! Domattina, se non scendo, chiamami: non posso mancare la verifica di Arte. Il Prof Lievitati mi vuole troppo bene.»

Mia digita: «Il dieci non te lo toglie nessuno, St-Amal!»

E un attimo dopo lo vede comparire alla finestra: ride e sventola gli appunti che gli ha infilato sotto la porta. Appeso alla maniglia gli ha lasciato anche un sacchetto con la cena che, sempre più spesso, sua mamma prepara anche per lui.


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