«Buongiorno, tesoro.»
Buongiorno, un bel cavolo. Marco vorrebbe farsi minuscolo e scomparire dietro il cuscino, e poi schizzare fuori e rispondere: «Ho sonno!»
Ma Marco ha sette anni – sette! –, timide lentiggini, e gli esce soltanto un lamento, piccolo. E niente. Non gli resta che aprire quegli occhi così assonnati da stropicciare pure la sua stanza. Solo a guardarla.
«Forza, dormiglione.» E la mano che prima gli stava accarezzando la fronte ora vira birichina su naso e guance. Scappa, Marco, scappa. Ma lui ride e si gira a pancia in giù per sfuggire il solletico. Inspira e ripassa il mondo attraverso i profumi. Oggi, vediamo, crema – mamma. Giusto. Perché Papà sa di acqua di colonia e nonno di tabacco.
«Andiamo in montagna.»
Vacanze, nonni, cugini, giocare dal mattino alla sera. E vai.
Marco scende dal letto. Ciondola un poco tra i giochi fuori posto, poi parte a razzo e attraversa il corridoio, tip top fanno i piedi scalzi sul pavimento – «non correre!» lo insegue mamma –, fino a tavola dove la colazione – poca, eh, la strada è tutta curve, poi… – lo attende già.
Marco sogna nuove avventure e inzuppa i biscotti al miele nel caffelatte, e continua a combattere mostri anche mentre si veste e allaccia le scarpe.
«Ci sei?»
Annuisce e intanto canticchia – «Zorro, Zorrooo» – mentre sale in auto.
La vecchia Fiat ronza come un tafano. Marco appoggia il mento sul bordo del sedile davanti. Così può osservare papà che cambia marcia, gira il volante e parla con mamma. Marco non vede l’ora di essere come lui. Già sogna un’auto tutta sua, una fidanzata che sposerà. E un giorno dei figli e poi poi poi. Ma… ops: è ancora troppo piccolo.
«Vediamo se sei cresciuto», dice sempre nonno Toni, «mettiti vicino al tronco del pino.» e Marco spera che quel segno finisca altissimo.
Il bimbo disegna fronde e i rami sul vetro. Quando il dito si ferma, l’immaginazione è già al di là del finestrino. Le sue radici non si vedono ancora, ma già lo accompagnano ovunque.