Rosa fa passare il filo intorno all’ago, lo annoda e lo taglia. Anche questo bottone è ben saldato. Negli ultimi giorni le sono arrivati dei pantaloni da stringere, qualche giacca da risvoltare. Ma non è ancora una ripartenza. Da un paio di settimane, dopo la Liberazione, Milano sta con il fiato sospeso, senza concedersi il lusso di credere che la guerra non l’aspetti più dietro l’angolo.
La ragazza ripone le spolette in bell’ordine ed esce dalla bottega: il padrone ha dato il pomeriggio libero a tutte per l’occasione. Decide di prendere il tram: la linea del corso ha ripreso, e lei non è più abituata ai tacchi. Alla fermata del Cenacolo, l’apertura delle porte inquadra la catasta di sacchi di sabbia che abbraccia l’unica parete rimasta, quella con l’Ultima Cena. “Sopravvissuta in mezzo alle macerie”, dice Rosa tra sé. “Come Enrico”.
Enrico che era tornato, ma non lo era. Il volto scavato dal fronte, gli occhi che guardavano e non vedevano. Occhi da reduce. Ne era piena la città.
La ragazza prende la sua foto dalla borsetta. «Quando torneremo a guardare avanti?», mormora. «Me lo chiedo anch’io», risponde la donna che le si sta accomodando accanto mentre il 16 riparte. «Ma una cosa è certa: bisogna salire in alto, per guardare lontano. E oggi, lassù, ci saliremo un po’ tutti».
Il tram entra in Piazzale Cordusio e lascia i passeggeri sulla via per il Duomo. Appena in tempo. D’un tratto, la folla si zittisce; tutti con il viso all’insù, gli occhi puntati sulla guglia più alta, dove le ombre degli operai raggiungono il drappo grigio, e cominciano a liberarlo. A terra, il cardinale oscilla l’ostensorio e intona una benedizione. Il suono delle campane avvolge la piazza. E, finalmente, eccola. L’oro si accende sotto il sole, e riflette sui volti stanchi il suo bagliore dimenticato. La Madonnina è di nuovo tra loro.
Un braccio cinge Rosa per la vita. Enrico. Non lo aveva sentito arrivare. Una lacrima le increspa il sorriso.
Ora lo sa, lo sanno tutti.
Ora sì.
È finita.