Candidato a sorpresa

· 334 parole · 2 minuti di lettura · matisse

Non ero mai stato di poche parole. Eppure al «ci dica di lei» non mi venne altro che «salve, ho un’inutile laurea in lettere e sono a spasso.» E basta.

Ma come. Ero l’uomo giusto, specialista dei talenti, con esperienza mistica nel mondo delle società di selezione, e per questo convocato per direttissima con un «il suo profilo è in linea, venga a colloquio!»

«O-k» e pronti via un martedì mattina, a giocarmela col piglio del campione.

Eppure alla terza domanda ero già in pappa e quei due se n’erano accorti: lei ochetta graziosa, lui ingessato come una colonna dorica. Insieme facevano i miei anni.

«E come mai vorrebbe questo lavoro?»

Ecco il padre di tutti i miei dilemmi.

«Eh…» avrei dovuto dire carriera, blasone, opportunità. Ma l’ultima volta che avevo proferito stronzate del genere non portavo ancora la barba. E non avevo una paura sgorbia del fallimento.

«Non risponde?»

Che potevo dire mentre questi si scambiavano occhiate in stereofonia. La verità è che non mi ci vedevo più tra piccole iene che ammorbavano i candidati di «lei che aspirazioni ha? Per cosa si candida?», e poi chiosavano impietosi con «le faremo sapere.»

Mai una volta a pensare di stravolgere quel cacchio di copione. Mai.

Un tempo ero stato io il grande mago riverito e ora mi toccava pure fingere di venerare dei ragazzini sghembi e giustificarmi sulla mia vita. No, meritavo rispetto. Ma che cazzo ne volevano sapere questi. Manco s’erano alzati dal banco che già stavano dietro una scrivania a esigere dazi come i tribuni romani. Vaglielo a spiegare degli stage a far fotocopie e della gavetta che non finisce più.

Ma va. Sarebbe stato solo tempo perso. E così non mi rimase altro che brillare come una supernova strafatta.

«Sentite» dissi loro, «nulla di personale, ma lasciamo stare. Tenetevi il vostro lavoro di merda!» E me ne andai con il sole alto e la consapevolezza che per una svolta non servono i superpoteri: bastano un po’ di coraggio e qualche parolaccia.