Emma tamburellava nervosamente le dita sulla bottiglia di vino, mentre scrutava il bicchiere di Marco con l’intensità di un gatto che fissa il vuoto.
Da quando il cameriere gli aveva per primo riempito il bicchiere di rosso, lui continuava a svuotarlo e questo la faceva quasi soffocare dalla paura.
«Ottimo vino!» disse Marco con voce già alterata dal terzo brindisi in cinque minuti.
«Vero?» rispose lei con voce tremante «Se continui così finirà presto però» aggiunse versandogliene ancora. Far diventare quella bottiglia una fontana inesauribile era la sua unica arma per vincere la battaglia contro il fondo del bicchiere.
Marco sorseggiava allegro, ormai convinto che Emma fosse d’accordo con il ristorante per consumare tanto vino. «Ma stiamo festeggiando qualcosa e non me lo hai detto?».
«Non proprio» replicò lei, sfoderando un sorriso che tradiva tutta la sua tensione. Mentre versava vino con il fervore di un benzinaio alla vigilia di uno sciopero, evitava lo sguardo di Marco, ma non riusciva a trattenersi dal controllare il livello del liquido con angoscia crescente.
Quando minuti dopo, con le guance ormai scarlatte, Marco cominciò a perdere il filo della conversazione e a balbettare parole sempre più confuse, Emma si alterò. Non che lei fosse riuscita a seguire veramente quello che lui diceva, concentrata com’era su quella danza nervosa con la bottiglia e il bicchiere, ma che lui rovinasse tutto ubriacandosi proprio non lo accettava.
«Ti chiamo un taxi» gli disse senza nascondere l’irritazione.
Marco la guardò confuso, cercando di metterla a fuoco: «Mi dispiace se ho fatto qualcosa di sbagliato», farfugliò poi cercando di rialzarsi goffamente.
«Immagino il prossimo brindisi lo farai con il tassista» rispose lei piccata.
Marco uscì barcollando dal locale. Emma riempì per l’ultima volta i bicchieri e restò immobile a guardarli.
La cameriera si avvicinò sorridendo: «Anche questa volta niente?»
Emma sospirò, cercando invano di calmarsi: «Mai che ne becchi uno astemio.»