Avevo chiesto a mia madre di venire a vedere le stelle con me quella sera. L’avevo raggiunta in montagna la mattina di San Lorenzo, addosso ancora l’afa e la stanchezza degli ultimi mesi di lavoro.
«Ma dai, si sta anche rannuvolando,» aveva risposto. Non mi aspettavo nulla di diverso. Le ore successive le dedicai a sistemare la mia vecchia camera, in cui non tornavo da anni. Come un rituale spiritico, quel pomeriggio evocò ricordi e fantasmi. Su quella coperta avevo pianto il fidanzato dell’università, quell’altro libro risaliva all’estate col polso rotto. Dovetti aspettare le 21 prima che imbrunisse. Mia madre scuoteva la testa e continuava a dire di no, lei non sarebbe venuta.
«Sono poco più avanti, lungo il torrente,» dissi infine uscendo. Non mi ci volle molto a trovare il posto esatto in cui da bambina andavo a guardare le stelle, sola com’ero quella sera. Metà del tragitto l’avevo trascorso a naso in su, ed era un miracolo che non fossi inciampata. Stesi la coperta sull’erba e mi sdraiai. Gli alberi coprivano la luce dei lampioni, ma nella radura si vedeva una generosa porzione di cielo e si sentiva il mormorio dell’acqua. Attesi le Perseidi, contai le meteore in caduta libera e mi costrinsi a lasciar andare i pensieri nella testa insieme a loro. Il tempo passava, cominciavo a sentire l’umidità e il freddo penetrava sotto i vestiti, ma volevo restare lì, in quella tasca di pace, finché potevo. Dei passi leggeri, esitanti, si avvicinarono. Sorrisi.
«Allora, quante ne hai viste?» disse mia madre, sdraiandosi sulla coperta accanto a me. La voce incolore, a compensare quell’insolito gesto di affetto.
«Tredici.»
«Lo sai che sono solo pezzi di roccia in frantumi, vero?» aggiunse.
«Lo so… Me lo ripetevi anche da bambina. Ma è bello avere ancora qualcosa da desiderare. E poi una cosa che ho chiesto si è avverata.»
«Cosa?» La abbracciai e rimanemmo in silenzio. Non si può ricucire una vita in una notte, ma il primo punto era stato fissato.