Nell’androne del palazzo, una donna con due enormi borse della spesa fissava le porte dell’ascensore che stavano per aprirsi. «Ok», bisbigliò tra sé, «adesso chiudo gli occhi, entro e poi mi giro. Andrà tutto bene». Al ding, serrò le palpebre e mosse i piedi, ma inciampò. D’istinto, guardò davanti a sè. Lo specchio scintillava beffardo, come sempre. «Oddio», piagnucolò entrando nel vano e girandogli le spalle. Ma il danno era fatto. Ora non avrebbe più potuto fare finta che non ci fosse. Nel premere il tasto del settimo piano, una sporta si strappò e alcuni barattoli caddero a terra. La gola cominciava a chiudersi. Era in affanno, ma non poteva lasciarli lì. Si chinò a raccoglierli e con la coda dell’occhio vide delle creature muoversi dall’altra parte del vetro, sulla superficie d’argento. «Oh no, di nuovo», gemette. L’ascensore saliva lento. Ormai aveva troppo male alle ginocchia per portare su la spesa per sette piani di scale ogni volta. Respirò a fondo, poi si voltò verso lo specchio ripetendosi a bassa voce: «Ci sono solo io qui dentro, e questa è solo un’immagine riflessa». Ma davanti a lei non c’era una donna. Era il muso di un rettile quello che vedeva al posto della sua faccia? Ed erano scheletri quelli che ballavano alle sue spalle? Le porte dell’ascensore si aprirono in quel momento. Il suo urlo risuonò per la tromba delle scale, poi ai rumori si aggiunsero i suoi passi di corsa, una chiave nella serratura, e un portone sbattuto con fragore.
Tre piani sopra, nel locale di servizio dell’ascensore, due figure incorporee se la ridevano a crepapelle. «Gianpiero, mi sa che questa volta abbiamo esagerato», disse una voce femminile.
«Ma dai, Giuditta, se lo meritava! Non fa che tormentare i vicini con le sue sfuriate sui rumori molesti, i panni sgocciolanti, le impronte sulle scale…»
«In effetti,», rispose lei. Sembrò rifletterci su, poi aggiunse: «che ne dici se la prossima volta facciamo la voce del marito morto?»