I rintocchi delle campane a morto accompagnavano la processione per le vie del centro. Le persone, vestite a lutto, marciavano dietro la famiglia della defunta, e il feretro di legno apriva la danza macabra. Quasi tutto il paese si era presentato, in attesa di celebrare l’ultimo saluto alla donna. Mormorii, singhiozzi, poi una potente nota d’organo diede il via alla Messa.
«Siamo qui oggi per salutare la nostra cara sorella Letizia, madre amorevole di tre splendidi figli», esordì il parroco, scoccando un’occhiata ai parenti nelle prime file, «E moglie devota.»
Qualche bisbiglìo si alzò dalla platea. La moglie sarà anche stata devota, ma sul marito nessuno avrebbe scommesso una lira.
Di colpo, le pesanti porte della chiesa si spalancarono, sbattendo con fragore sulla pietra. La solista del coro sussultò. Tutti si voltarono. Una donna, minuta ma dall’aspetto risoluto, con un vestito rosso che avrebbe fatto girare la testa a un santo, fece il suo ingresso.
«Schifoso… È colpa tua!» urlò.
La voce tradiva i fiumi di alcol che aveva in corpo. Con i suoi passi incerti, sui tacchi a spillo, risalì la navata fino al primo banco come uno spirito vendicatore. Fu allora che i presenti videro cosa teneva in mano. Il panico si diffuse. Il marito della defunta rimase paralizzato. Attonito, mentre lo sguardo dei figli saettava tra lui e la migliore amica della madre, balbettò: «Calmati, l-lo so che sei sconvolta per il suo suicidio.»
«L’hai spinta tu a farlo! Quale madre abbandonerebbe i suoi bambini, se non fosse convinta di non avere alternative», e intanto avanzava, tenendo la pistola puntata su di lui. «Devi morire anche tu», sussurrò, a pochi passi dal feretro che faceva da sfondo a quella resa dei conti. Un solo colpo e l’uomo fu a terra. Soltanto allora qualcuno osò gettarsi su di lei per disarmarla. Quando la polizia la trascinò via, i presenti la videro sfiorare la bara con dolcezza.
«È finita davvero adesso. Puoi riposare, amica mia», bisbigliò.