Seduto sul muretto, osservo le anatre nell’acqua immobile del lago. Il cielo è di un azzurro intenso, quasi da far male agli occhi. Faccio l’ultimo tiro e spengo la Winston Blu contro la suola della scarpa. Devo vedere Laura. Oggi glielo dirò.
È da tempo che ho deciso di parlargliene, non trovando mai il coraggio. Ho paura di perderla, che si arrabbi con me e che mi molli seduta stante. Ma ormai è inevitabile: sono perso di lei, non posso continuare a nasconderle questo piccolo dettaglio.
Difficile pensare che quel giorno sarebbe stato l’inizio della nostra storia. Mi trovavo, come tutte le sere estive, a camminare per il corso in attesa di captare qualche desiderio.
Da quando avevo undici anni, dopo una caduta dalla bicicletta e una botta alla testa, ho iniziato a percepire i desideri della gente. Non sempre riesco a controllare questo… come si può definire? Un dono? Un superpotere? Non so.
Cammino per strada e… zac! Li vedo prendere forma nella mia testa. Il bambino che brama il videogioco esposto in vetrina. Una coppia di amici che vorrebbero essere qualcosa di più. Il senzatetto a cui è venuto a mancare il cane, unico affetto della sua vita. E mi adopero come meglio posso.
Non è sempre stato semplice, come quella volta che ho visto il desiderio di mia madre di lasciare mio padre.
Quel giorno, invece, mi si materializzò nella mente un gelato fragola e cioccolato. Proveniva da una ragazza in salopette rossa, scarpe con i brillantini e un sorriso che spaccava il mondo. E boom, andai in tilt. Mi fiondai nella prima gelateria, presi il cono più grande, la rincorsi e glielo porsi, dicendo: «Mi sembra che tu abbia voglia di un gelato». E da quel giorno non ci siamo più lasciati.
Perso nei miei ricordi arrivo sotto casa sua. Mi aspetta già al cancello.
«Laura, ti devo dire una cosa importante», esordisco.
Lei mi sorride. «Sì, Leo, lo so già».
E mi bacia.