Alice rientrò in casa sfilandosi le scarpe sull’uscio. Fece una carezza al gatto e lasciò le chiavi sulla mensola all’ingresso, poi attraversò pigramente il corridoio sfilando sotto lo sguardo di una curiosa collezione di quadri, una serie di ritratti famosi esposti solo per metà: gli occhi enigmatici della Gioconda, il naso di Federico da Montefeltro, l’orecchio fasciato di Van Gogh.
La tasca del soprabito iniziò a vibrare. Alice tirò fuori il cellulare: sullo schermo campeggiava la porzione superiore del volto di una ragazza bionda sovrastata dalla scritta “Giulia”.
«Ciao tesoro», esordì.
«Non è andata, vero?», indovinò l’amica.
Alice sospirò mentre lasciava che il divano la inghiottisse: «Era carinissimo, ti giuro. Ha accettato subito di indossare la mascherina. Abbiamo fatto una passeggiata al parco e parlato di arte moderna… ha studiato all’École du Louvre.»
«Fin qui mi sembra perfetto. Ma…?» Il tono di Giulia oscillava tra esasperazione e canzonatura.
Mentre si massaggiava i piedi, Alice si fece più lagnosa: «Ha insistito per darmi un passaggio. L’ho invitato a salire… e poi lo sai, una cosa tira l’altra.»
«E quindi?», la incalzò Giulia.
«E quindi mi sono distratta un attimo per slacciargli la camicia, e quando ho rialzato lo sguardo eccolo lì, tutto sorridente, con la mascherina che gli pendeva da un orecchio!»
«E tu?»
«Mi sono messa a urlare e l’ho cacciato di casa, cosa avrei dovuto fare?», ribatté Alice a voce più alta facendo sobbalzare il gatto, che atterrò sul tappeto.
«Alice, tu devi farti curare. Da uno bravo, però.»
«Tu non capisci-»
«No, non capisco», la interruppe Giulia «Scusami, ora devo scappare: ho sotto un’altra chiamata. Ci sentiamo domani?»
«A domani.»
Con la testa appoggiata al bordo della spalliera, Alice si ritrovò a pensare alla sua breve età dell’oro.
Il 2020 era stato l’anno migliore di sempre, almeno finché non avevano tolto quel benedetto obbligo di mascherina.
Quanto erano più belle le facce della gente quando esistevano soltanto dal naso in su?