“Quanto pesa…”
“Te l’avevo detto io, che è troppo grande! Come ti è venuto in mente? E poi, come lo gonfiamo?” chiese Lidia ad Alberto. Stavano percorrendo il chilometro circa di strada che dalla stazione portava a una spiaggetta, lei con la sacca da mare, lui con uno zainetto e una borsa IKEA contenente un gonfiabile. A forma di fenicottero. Versione gigante. Davvero gigante. Alberto aveva notato quante volte, nell’ultimo mese, lei si era fermata a contemplare quell’affare in vetrina, senza mai decidersi a comprarlo; così l’aveva preso lui. Però non aveva pensato che avrebbe dovuto trasportarlo sotto il sole. Non aveva mai desiderato tanto arrivare alla meta, ma avrebbe fatto di tutto pur di veder Lidia felice. E soprattutto, avrebbe fatto di tutto pur di non darle ragione. “Troverò il modo, tranquilla.”
Una volta giunti in spiaggia, identificò immediatamente un signore con una pompa per materassini, e si diresse da lui con determinazione. Lidia osservò la scena da lontano: mentre il ragazzo si avvicinava e formulava la sua richiesta, il signore inclinò la testa, aggrottò le sopracciglia, le aggrottò ancora di piú, sgranò gli occhi al rendersi conto delle dimensioni del gonfiabile e infine accettò con un’alzata di spalle. I cinque stadi di elaborazione in trenta secondi, insomma.
In attesa che Alberto compisse la sua impresa, lei stese il suo telo mare, ci si sdraiò e chiuse gli occhi. Li riaprì quando percepì una variazione di luminosità: un’immensità rosa troneggiava sopra di lei, sostenuta da Alberto, che la guardava sorridente. Mentre tutta la spiaggetta guardava lui.
Lidia inclinò un lato della bocca, divertita. “Tu sì che sai come passare inosservato.”
“Andiamo, guastafeste, ora puoi prendere il sole cullata dalle onde.” E si incamminò verso l’acqua, trionfante.
Lidia rise e si alzò. “Tanto se finisco alla deriva, mi vedono pure gli aerei di linea!” disse correndogli dietro.