La finestra al quindicesimo piano del grattacielo rivelava una piccola luce tremolante, soffocata dall’oscurità intorno. Dentro l’appartamento Nina sedeva sul letto, le gambe rannicchiate al petto, la coperta indossata a mo’ di mantello, lo sguardo fisso sulla parete di fronte. La lampada proiettava ombre sul muro e lei sapeva che, da qualche parte, appena oltre lo strato sottile di intonaco, lui attendeva, nascosto.
Non era mai riuscita a vederlo davvero, ma l’aveva sentito. Avvertiva il suo respiro sottile, mentre si muoveva furtivo tra i muri e le crepe, scivolando da un angolo all’altro della stanza. Ne percepiva la presenza ogni volta che il legno scricchiolava o l’aria vibrava.
Nina stringeva forte l’orsetto Teo. Non riusciva a spegnere la luce, perché sapeva che, nel buio, lui sarebbe uscito dal suo nascondiglio. Era lì, pronto a strisciare fuori come un serpente. Avrebbe attraversato la parete della sua stanza e si sarebbe avvicinato piano, fino a sfiorarle il viso con le dita gelide.
Tutto era cominciato quando sua madre aveva accettato di fare i turni di notte in ospedale. Era iniziato come un bisbiglio impercettibile, poi erano seguiti gli scricchiolii, lievi ma insistenti, finché Nina non aveva quasi sentito il suo respiro sul collo.
La notte sembrava non finire mai. Nel silenzio dell’appartamento Nina sentiva battere il suo cuore all’impazzata. Poi, d’improvviso, un suono sordo. Una scossa gelida le attraversò le braccia e la schiena. Rimase immobile con gli occhi chiusi. Ma, proprio in quell’istante, il rumore delle chiavi che giravano nella toppa la destò dalla paralisi. Sua madre era a casa. Nina balzò giù dal letto e corse a spegnere la luce prima che la porta si aprisse. Si affrettò a tornare sotto le coperte, nascondendo il viso nel cuscino. Era salva.
Ancora una volta, il mostro del muro non l’aveva presa.