Il vuoto

· 357 parole · 2 minuti di lettura · jb-fleming

«Stai attento a non cadere», disse con gentilezza Rosa, aiutandomi a salire sul treno. Arrivando al binario mi ero quasi scontrato contro un signore in completo marrone che fissava il tabellone degli orari.

«Sono le medicine a darti le vertigini?» proseguì lei. Feci di sì con la testa e cominciai a guardarmi intorno. Trovai posto al mio bagaglio proprio sopra i nostri sedili. Controllai che la chiusura a scatto fosse assicurata bene e accarezzai il rivestimento in pelle rovinato. Accanto, posai il mio cappello a cilindro. Ci sedemmo uno di fronte all’altra e poco dopo il treno partì. Il paesaggio fuori dal finestrino era un telo verde e azzurro puntinato di case che fuggivano via. Rosa mi osservava preoccupata, io guardavo fuori. Quando la vidi addormentata, mi alzai. Con molta cautela presi la valigia, ma, nel tirarla giù dalla cappelliera, il manico malconcio si staccò. Fu un miracolo afferrarla al volo.

«Dove stai andando?», disse mia moglie, ridestata.

«Voglio solo sgranchirmi le gambe», protestai e feci per allontanarmi, ma lei si alzò e mi prese un braccio per bloccarmi. Mi divincolai e, con un sonoro schiocco di dita, immobilizzai tutti i passeggeri del nostro vagone. Tutti tranne lei.

«Ma che hai fatto? L’inibitore di magia non funziona più?», urlò.

«Ho smesso di prenderlo. Non voglio essere un altro uomo ordinario in mezzo a mille uomini ordinari.»

A un cenno della mia mano, la porta dello scompartimento si spalancò. Dall’altra parte, gialle praterie al tramonto, una terra incontaminata e pura. Era un peccato rovinarla con la mia spazzatura, ma tenermi quella valigia mi stava portando alla pazzia.

Mia moglie non demordeva.

«Che cosa hai messo qui?» disse, afferrando e strattonando la mia valigia.

«Ti prego, non aprirla», la implorai, ma era troppo tardi. Il mio vuoto, quello che per anni avevo represso e confinato lì dentro, scalpitava per uscire. La serratura si ruppe e scattò, e tutto divenne nero. Fui risucchiato dentro la mia valigia di pelle e con me un essere peloso e miagolante: unica anomalia nel buio attorno. Almeno non avrei passato l’eternità da solo, mentre là fuori la voce di Rosa urlava il mio nome.