Prima era solo il caldo. Avvolgente, liquido, regolare, come quel battito che sentiva continuamente. Non esisteva nulla fuori da quel ritmo, costante e sicuro, e lui fluttuava, cullato, nell’immutabilità. Poi qualcosa cambiò.
«Mi sa che è ora», udì la voce.
Una pressione sconosciuta premette su di lui, spingendolo contro pareti che prima erano morbide, ampie, accoglienti; ora si stringevano ostili.
«Ho paura», pensò, cercando di scalciare. Non ci riuscì. Si muoveva in un mondo che non sembrava più il suo. Non c’era spazio, non c’era pace. E i suoni erano più forti e minacciosi.
«Signora, manca poco!». Una voce grossa lo spaventò.
Non sapeva cosa stesse accadendo, ma sentiva un disagio crescere, come un pericolo imminente. Voleva succhiarsi il dito, ma la pressione aumentò e lo trascinò più giù. Fu scosso, schiacciato, tirato. Ogni fibra del suo piccolo corpo reagì, cercando di opporsi, ma non c’era scampo. Le pareti lo spingevano via, verso l’ignoto. Si sentì avvolgere e non riuscì più a muoversi, ma continuava ad avanzare.
Poi arrivò il freddo. Tagliente, spaventoso, lo prese in un istante. Cercò di raggomitolarsi, di trattenere qualcosa di quel calore perduto, ma il suo piccolo universo era scomparso. Aprì la bocca e l’aria ruvida entrò dentro di lui. Un suono, il primo, uscì: un pianto.
Subito dopo, la luce. Troppa, accecante, sconosciuta. Cercò di chiudersi, di tornare indietro, ma non c’era più un “indietro”. Fu preso e sollevato. Qualcosa di diverso lo avvolse: asciutto, caldo, ma non lo stesso tepore morbido di prima.
Poi la sentì di nuovo. «Ciao piccolino! Sono la tua mamma».
La voce lo fece calmare, insieme a quel battito familiare, che adesso riusciva a udire di nuovo. Era diverso, eppure uguale.
Il caldo liquido era svanito, il suo mondo perfetto era finito. Eppure, in quel caos, qualcosa restava. Qualcosa iniziava.