«Serviamo il numero quindici». La voce metallica dell’eliminacode fece sussultare Arturo Giannini. Si morse il labbro e gettò un’occhiata all’orologio appeso alla parete. Le due di notte. La sua carriera di paziente seriale gli aveva insegnato che, di solito, quella era l’ora migliore per farsi visitare in quel pronto soccorso senza spendere un centesimo. Invece, quella volta, a lume di naso, gli toccava aspettare ancora a lungo.
Si alzò in piedi portando una mano sulle reni dolenti e si diresse verso lo sportello dell’accettazione.
«Salve», disse l’infermiera al di là del vetro divisorio, cercando di soffocare uno sbadiglio.
«Salve un corno! Sono qui da più di due ore e nessuno mi ha degnato di uno sguardo. Devo vedere subito un dottore», disse Arturo asciugandosi la fronte bagnata di sudore. L’infermiera, una donna sulla cinquantina con due vistose borse sotto gli occhi, gli chiese alzando un sopracciglio «Che codice le hanno dato questa volta?»
«Verde, mi hanno dato un codice verde. La prego, mi aiuti, ho un dolore qui», rilanciò Arturo indicando uno spazio non ben definito tra il cuore e lo stomaco.
L’infermiera lo fissò e, con un sospiro, gli indicò la sala d’aspetto. «Mi dispiace» disse, «ma deve aspettare il suo turno».
Arturo non rispose e scuotendo la testa ritornò al suo posto. Era la prima volta che in quel pronto soccorso gli pioveva addosso un codice verde. Sentiva due tamburi al posto delle tempie e la lingua diventare sempre più infeltrita.
Provò a calmarsi ripensando alla lista degli esami fatti negli ultimi sei mesi, quando, all’improvviso, un dolore acuto gli paralizzò prima il polso sinistro e poi la spalla.
Una sensazione di vertigine s’impadronì di lui. Scattò in piedi come un cobra, oscillando da una parte e l’altra, poi sgranò gli occhi e crollò al suolo riavvolgendosi su sé stesso come una molla scarica. Il respiro gli si fermò in gola insieme alla parola «aiuto». Arturo chiuse gli occhi e tutto si dissolse nel bagliore della luce al neon.