«Rema, rema!» Un ragazzo scuro di pelle, con un sorriso bianchissimo sempre stampato in faccia, non fa che gridarmi istruzioni.
«Alzati, ora!»
La fai facile, Mustafa. Pesi quanto una cicala di mare e sei agile come un’anguilla. Mettili tu questi novanta chili di muscoli sulla tavola. Rema tu, sdraiato a pancia in giù e con un forcone di due metri e mezzo in mano.
Mustafa è dietro di me, aspetta il momento giusto e mi spinge in avanti. Prendo velocità. Arriva l’onda, la sento sotto la tavola. L’acqua mi solleva, la tavola vibra. La schiuma m’investe, ma non mollo la presa.
È il momento, ce la posso fare.
Punto i palmi al centro e mi tiro su con le gambe tese. Sposto i piedi veloce. Sono in pie… Perdo l’equilibrio e finisco in acqua, la tavola mi arriva in testa, per un attimo non capisco più dov’è il sopra e dov’è il sotto. Quando riemergo, annaspando, per poco non infilzo un surfista biondo.
«Nettuno cane!» ringhio. Ne ho abbastanza. Con un gesto discreto creo una piccola corrente che mi riporta al largo. Mi metto in posizione e aspetto. L’onda perfetta sta arrivando. Muovo appena il tridente per aggiustarla. Regolare, poca schiuma, media velocità. Ho tutto il tempo per alzarmi in piedi. Come un capitano di fregata plano dolcemente fino a riva, il tridente levato in aria in segno di trionfo.
Ad aspettarmi trovo però Mustafa: braccia incrociate, occhi neri che mi guardano seri, nessun dente in vista.
Mi sgonfio come un palloncino. «Non è come sembra,» tento. Ma lui scuote la testa. Consegno la tavola. Anche stavolta, niente brevetto.
Mi avvio a testa bassa verso il chiosco, dove la mia elastica moglie sta facendo lezione di yoga. Appena mi vede si slaccia un piede dal collo e mi viene incontro.
«Hai usato ancora i poteri, vero?»
Silenzio.
«Per tutti i tendini!» inizia, ma poi si blocca e fa un respiro. «Aquaman, caro,» riprende, «ormai siamo quasi in pensione. Se non impariamo un mestiere prima di perdere i poteri, rischiamo di finire per strada. Fare il maestro di surf era stata una tua idea!»
«Non lo so è che… è più difficile del previsto.» Mi guardo le punte dei piedi.
Un’idea mi colpisce: «E se provassi il SUP?»