La Rivolta

· 306 parole · 2 minuti di lettura · sam

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Era la mezzanotte della Vigilia. Dalla chiesa vicina i rintocchi cominciarono a spandersi nella notte tersa, senza luna.

Aveva le mani intorpidite. “Per forza - pensò - tutto questo tempo al chiuso!”

Tentava di saggiare con le dita guantate il ferro freddo della ringhiera del poggiolo, coi piedi penzoloni non arrivava a toccare la scaletta che oscillava nel vuoto.

Aveva paura, misurò con lo sguardo sotto di lui un salto di un paio di metri, se si lanciava sarebbe atterrato sul marciapiede.

La punta del berretto gli si girò sugli occhi, la barba gli pungeva le labbra. Tutti gli anni la stessa storia. Dietro di lui sentì un fischio insistente e riuscì a girarsi piroettando sui pioli.

«Ehi, tu» sussurrò un altro poveretto barbuto, mezzo impiccato a una finestra condominiale «questa volta ci proviamo?»

La voce arrivava speranzosa, aleggiava un vago odore di naftalina.

Un altro lo anticipò, con un grido deciso.

«Certo! Quest’anno è quello giusto!» esclamò un buffo individuo paonazzo che stava schiodando i suoi abiti rossi dal portone della villa aristocratica all’angolo del Viale.

Un paio di ometti sbucarono sul marciapiede dondolando sulle gambette corte.

«Forza, cacciatevi giù, non abbiate paura, ce la potete fare. Anche se vi azzoppate un po’, è il prezzo della libertà».

Babbo si afferrò alla ringhiera del balcone e cominciò a dondolarsi tentando di darsi un po’ di slancio e di atterrare nel mezzo del marciapiede sottostante.

Prima di lanciarsi esortò i compagni di sventura, quella massa di schiavi resi ignobili dalla volgare consuetudine di appenderli ovunque, alle finestre, alle terrazze, alle scale, sempre penzoloni, goffi, impotenti. Esseri ridicoli, senza dignità.

«Coraggio compagni! Gettatevi! È l’ora giusta per fuggire, abbandonare questi stracci bizzarri, tagliarci la barba, liberare le renne, riconquistare la nostra libertà, l’orgoglio della nostra identità. Se sopravvivo mi chiamerete Spartaco».