Myrage Royale

· 297 parole · 2 minuti di lettura · ciliegia-bucata

Centouno piani di cemento e finestre, tutte al buio tranne una.

Il magnate che aveva fatto costruire quel mastodontico ecomostro doveva avere un’idea tutta sua di lusso e bellezza.

L’aveva battezzato Mirage Royal, come recitava il mosaico fluorescente alla base della scalinata, in totale contrasto con l’architettura austera del complesso.

Qualcuno lo chiamerebbe “investimento sbagliato”, qualcun altro “bizza da miliardario”, fatto sta che il Mirage non aveva mai aperto i battenti e dopo il fallimento della Princeps Holding era confluito nel patrimonio da frammentare per tenere a bada il mare dei creditori.

Così, il palazzo era diventato una sorta di gigantesco sarcofago affacciato sulla strada a otto corsie e le luci non si erano mai accese. O almeno non l’avevano mai fatto fino a cinque minuti fa, quando le falcate di Moira hanno fatto tremare i cristalli della lobby.

Con sé ha soltanto un borsone in cuoio disseminato di monogrammi e un bagaglio emotivo traboccante di rabbia.

Lo sapeva, lo stronzo, che una cosa così grossa non gliela doveva fare. Lo sapeva!

Arrivata davanti alla suite centodue aveva tirato fuori dal reggiseno una chiave dall’aspetto barocco, e con due giri vigorosi alla serratura era entrata nella stanza pigiando l’interruttore della luce con le unghie smaltate.

Aveva gettato il borsone sulla moquette dorata e mosso qualche passo verso il centro della camera. In un istante la ruga tra le sopracciglia si era appianata e le labbra gonfie di filler si erano dischiuse in un’espressione di meraviglia: dalle finestre senza tende poteva vedere la città dall’alto, con i bagliori dei grattacieli e delle auto, uno sciame di lucciole saettanti.

Che Paul si tenesse la villa, la piscina e la sua puttanella.

Lei si era presa il Mirage Royal, sconfinato, contraddittorio e incompreso come lei.

Un bel posto per ricominciare.