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Sobbalzo su questo tram scalcinato e fisso la pagina della Moleskine. Dieci nomi barrati da una linea rossa, netta e dritta come una ferita.
Dieci e non undici.
L’undicesimo nome, Tommaso Danti, è lì che mi guarda, nero e beffardo, in fondo alla lista.
Mi prende un prurito dietro l’orecchio. Mi gratto il solito punto sotto i capelli, ormai carne viva.
Ero sicura che alla festa ci sarebbero stati tutti e che avrei fatto un lavoro pulito, pianificato nel dettaglio da undici mesi.
La famiglia Danti giace ora sul pavimento del locale in una fila ordinata, dieci pozze di sangue che si allargano, scenografiche, sul pavimento di marmo bianco. I due capostipiti con figli, nipoti, generi e nuore, moglie di Tommaso compresa.
Il tram imbocca una strada stretta di periferia. L’indirizzo recuperato senza troppa difficoltà spulciando tra le chat di whatsapp delle vittime. A quanto pare tutti sapevano, tranne lei. Non che lei fosse senza peccato. Il tradimento era il loro marchio di fabbrica.
Mi guardo intorno: cinque persone sedute. Conto i finestrini: dodici. Le maniglie che pendono dal soffitto: dieci. Mi gratto senza sosta. In breve sono arrivata.
Via Battisti 11. Meno male. Faccio un sospiro e inizio a forzare serrature.
La stanza puzzolente in cui presto mi trovo mi presenta il più vecchio degli spettacoli: due corpi nudi, la pelle flaccida che vibra sotto i colpi convulsi. Ne conto undici prima di intervenire.
Quando ho finito apro la Moleskine e tiro una bella riga rossa sull’ultimo nome.
“Sei fortunato,” dico al ragazzo rannicchiato nell’angolo, tremante e con i pugni stretti. Prima di andarmene gli apro delicatamente le dita della mano e gliele richiudo attorno a una carta: XI, la Giustizia.