1729

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Il taxi di John scivolava lungo le strade bagnate di Londra. Un uomo esile spuntò dalla pioggia con una valigetta tenuta sopra la testa. Agitava la mano. John accostò e l’uomo entrò di corsa.

«Dove la porto, sir?»

John lo osservava dallo specchietto. L’uomo aveva i capelli grigi, piccoli occhiali circolari e l’espressione di un cane bastonato. Aprì la valigetta, la richiuse. La riaprì. Non tirò fuori nulla.

«West Hill, Putney. L’ospedale.»

John deglutì. Senza dire nulla ingranò la marcia e si infilò nel traffico.

Per un po’ non parlarono. John sentiva l’uomo muovere le labbra sul sedile posteriore, come se stesse contando qualcosa, o recitando una preghiera.

«Qual è il numero del taxi?» chiese l’uomo.

«Qualcosa non va?»

«Sono un matematico. Speravo che fosse un numero interessante.»

«1729»

L’uomo si toccò le stecche degli occhiali. Borbottò qualche numero tra sé. Diciannove. Sette. Poi si rabbuiò.

«No. Temo non sia un numero interessante. Spero non sia un brutto segno.»

John tornò a guardare la strada, punto nell’orgoglio. Come osava dire che il suo taxi portava male?

Arrivati all’ospedale, l’uomo scese senza una parola.

«Aspetti qui. Visito un amico e torno.»

«Certo, sir

Passò una mezz’ora e John pensò che non sarebbe tornato. Poi l’uomo sbucò fuori, riaprì lo sportello e si sedette in silenzio.

«Il suo amico sta meglio, sir?»

L’uomo esitò.

«Temo di no.» Silenzio. «Ma il numero del suo taxi.» Si schiarì la voce. «Non è affatto banale come pensavo, anzi. È il più piccolo numero che può essere espresso come somma di due cubi in due modi distinti e… Non ha idea di cosa stia dicendo, vero?»

«No,» John ci pensò su. «Ma deve essere un gran cervello, il suo amico. Se riesce a trovare cose del genere anche malato.»

L’uomo rimase in silenzio per tutta la strada del ritorno. Prima di scendere lasciò sul sedile una mancia generosa e se ne andò.

John rimase fermo a guardare il numero sul cruscotto.

1729.

Non sapeva ancora cosa significasse, ma ora sapeva per certo che era speciale.