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· 338 parole · 2 minuti di lettura · lievitomadre

Zahira non credeva nelle maledizioni.

Per questo non aveva dato peso a quello che sua madre aveva sussurrato in arabo, mentre era chinata a chiudere la sua vita in un piccolo trolley.

Le aveva cinto la vita in un abbraccio, le mani sul suo ventre, la testa poggiata tra le scapole.

Aveva preso quel gesto, innaturale per sua madre, come segno d’affetto. Stava per girarsi, felice, quando le parole sussurrate alla base della nuca l’avevano raggelata.

La stava maledicendo?

Nessun rimpianto, quindi, mentre chiudeva dietro di sé la porta di una stanza che non aveva mai chiamato casa.

A distanza di cinque mesi però Zahira ripensò, con terrore, a quell’istante.

Sua madre sapeva.

Strinse la mano di Luca.

Stavano andando, ancora, in ospedale.

La prima volta era di 8 settimane. Aveva sentito un dolore al ventre e perso sangue. Nonostante il pessimismo dei medici, era tornata a casa con l’obbligo di riposo ma con un battito fetale solido come l’amore di Luca.

Da quel giorno c’erano stati diversi altri episodi e il pessimismo dei medici non era cambiato, fino all’ultima predizione sulla probabilità di un parto prematuro.

Ma il sangue era troppo, questa volta. Sapeva già che le avrebbero detto: «È troppo presto.»

Stordita dalle voci delle ostetriche e dalle luci al neon, e sopraffatta dalla paura, Zahira aveva lasciato Luca sulla soglia e si era fatta accompagnare nella sala visite.

Stava partorendo. No, il ginecologo aveva con freddezza detto espellendo.

Fu l’ultima parola che sentì.

Al suo risveglio si ritrovò in un letto. Luca piangeva e le accarezzava il viso.

Non osava chiedere.

Sentiva un dolore al basso ventre e nel petto. La perdita, il vuoto.

Percepì un altro contatto sul dorso della mano.

Si voltò. Sua madre la stava guardando e ripeteva: «Aisha.»

Zahira ritrasse la mano e guardò Luca spaventata.

«È una bimba. Siamo arrivati a 25 settimane, quindi l’hanno rianimata…ed è viva.»

Sua madre le fece scivolare un ciondolo tra le mani, una mano di Fatima.

«Aisha vivrà, bimba mia, perché io l’ho benedetta.»