Uno,
due,
tre,
quattro.
Il dito scorre sul ventre. Piccole curve: sali e scendi come un’auto su una viuzza di montagna. Ci sono tutte, ben definite al tatto. Indugio sulle ultime: sembrano spezzate. Butto fuori l’aria.
Mi alzo. In bagno la luce è bianca. Chiudo gli occhi. Faccio pipì, per togliermi di dosso tutto ciò che rimane. Mi libero dall’intralcio del pigiama. Lo tengo un attimo tra le mani. Lo soppeso. «Saranno almeno 300 grammi,» penso. Lo lancio sul mucchio di vestiti arrampicati sulla sedia esausta, che a mala pena si vede.
Tolgo le ciabatte, «Altri 200 grammi». Con un dito cerco la rotellina della bilancia. La muovo avanti e indietro. Mi accerto che l’ago sia sullo zero. Salgo. Dall’alto vedo i seni molli, la pelle che si piega sulla pancia.
45
Respiro. Sorrido ed esulto, stringendo il pugno in alto. Né un chilo in più né uno in meno. Mi è costato parecchio, ma ce l’ho fatta.
Jeans stretti e maglione nero. In cucina il pane fa rumore nel tostapane. Ha un profumo che mi inebria. Ne mangio una fetta, in piedi. Oggi sì. C’è la verifica di latino, mi serve.
A piedi fino a scuola sono cinquemilaseicentosettantuno passi, centocinque calorie: il pane e la mela che mangerò a merenda. Il freddo di Torino mi morde le dita. Davanti alle vetrine mi guardo senza fermarmi. Sotto il giubbotto la curva del seno rompe la linea. Giro la testa.
All’intervallo Giada mangia una brioche al cioccolato. Siamo sedute sul muretto.
«Beata te che sei magra.»
Annuisco. Tiro fuori la mela. La buccia fa un rumore secco sotto i denti. Conto i morsi. Quarantacinque. La infilo nello zaino.
«Vieni al sushi?»
«Pranzo con Luca».
Luca mi tiene il gioco da mesi senza saperlo. Lui non dice nulla, non chiede. Per lui sono bella.
Al parco finisco la mela sulla panchina. Leggo due pagine. Il telefono vibra. Lo guardo e lo rimetto in borsa.
A casa mia madre è in cucina.
«Ha chiamato Luca. Dice che non rispondi.»
«Sono stata con Giada. Lì non prende.»
«Hai mangiato?»
«Sì.»
Lo dico senza guardarla. Tolgo le scarpe e vado in camera.