Diana stava per imboccare le scale quando si accorse che il nastro rosso e bianco, messo sulla porta dell’ascensore mesi prima, era scomparso. Finalmente l’avevano riparata. Entrò nel vano e pigiò il -1. Notò che qualcuno aveva disegnato una radice quadrata attorno a quel pulsante.
«Un vandalo che conosce l’unità immaginaria?» mormorò tra sé.
Giunta al seminterrato, si diresse al suo garage e aprì la saracinesca. Una fatina le volò davanti. Richiuse la saracinesca.
«Ok, Didi, sono le sette di mattina, tu sei stanca e quella era solo una mosca», si disse. Fece un respiro profondo e riaprì la serranda. Non solo la fatina era ancora lì, ma al posto della sua auto c’era un unicorno e sullo sfondo un castello. Rosa e lilla, proprio come quel giocattolo che aveva a sei anni.
La fatina le parlò: «Benvenuta, Didi! Sono passati trent’anni dall’ultima volta che ci hai visto, come stai?»
Diana aprì la bocca ma non riuscì ad articolare alcun suono. Tentava di far conversazione? Come se fosse la cosa più naturale del mondo averla lì!
L’altra proseguì: «Lo capisco, dev’essere strano per te trovarci qui. Ma sappiamo che quest’anno hai dovuto affrontare tanti cambiamenti, e speravamo di darti conforto come allora.»
«Ma voi non esistete! Eravate frutto della mia immaginazione…»
«Errato. Noi esistiamo, in un piano diverso dalla tua realtà. Quando hai deciso che potevi far a meno di noi, ci siamo ritirati nel nostro mondo. Ma non ti abbiamo abbandonata. Ora, mi accompagni dalla principessa?»
Diana stava ancora osservando la scena con occhi sgranati e bocca semiaperta. Alla domanda si riscosse: «N-non posso, ho un colloquio» si ricordò, poi continuò, seccata: «E visto che non so dov’è la mia auto, mi toccherà prendere l’autobus, grazie tante.» E chiuse il garage.
Il giorno dopo, ripensò all’incontro, ma scoprì che la radice quadrata era stata cancellata dal pulsante -1.
Nel suo garage c’era di nuovo l’auto. Sul tettuccio, però, trovò il castello rosa e lilla che aveva gettato via una vita fa.