Se a Pineda Marina nessun’ombra di scetticismo aveva mai messo radici, la colpa – o il merito – era senz’altro di Nyssia. Da quando si aveva memoria, usava muovere il destino di chiunque le chiedesse aiuto, con la grazia di chi sa leggere nelle pieghe dell’universo.
Nessuno in paese sapeva nulla di lei. Eppure, tutti le riversavano in grembo le loro vite senza esitazione, come si lascia entrare il vento in casa sapendo che ne cambierà l’odore.
Nyssia sapeva. E lo usava per far succedere le cose. Come quel pomeriggio, quando Pietro la trovò seduta al belvedere, con l’autunno le che danzava tra i capelli. «Ti stavo aspettando», disse lei. L’uomo indugiò, incapace di dare voce al dubbio che lo consumava. Non ce ne fu bisogno.
«Non ti mente, Pietro», disse Nyssia con premurosa franchezza. «E non ti vuole costringere a sposarla. Lo so io e lo sai anche tu. La scelta è solo tua, e questo è il momento di averne il coraggio». Pietro non sapeva se sentirsi scosso o rincuorato, ma accettò il fatto che sì, ora toccava a lui. “Come succede a tutti, con Nyssia”, pensò il ragazzo. Se ne andò mentre il sole calava già nella baia.
Come sempre a quell’ora, la donna si avviò per lo sterrato che portava fuori paese, con i passi leggeri di chi non vuole lasciare traccia. Nessuno la seguì: nessuno aveva mai infranto quella regola non scritta.
Arrivata a casa, spinse la porta ed entrò. Calpestò appagata la terra nuda, in un’aria densa di muschio e di resina.
Uscita sul retro, si spogliò. Alla luce morente del giorno, la sua pelle iniziò a mutare, i capelli si allungarono in rami frondosi, le gambe si fusero in un unico tronco. Al centro del giardino, affondò nel terreno quel tanto che bastava. Subito, la rete di radici sotto il villaggio riprese a portarle da ogni angolo voci, pensieri, emozioni. Ascoltava senza giudizio, senza peso. Era lì per loro, come loro erano lì per lei, in un unico respiro.