Oltre il vento

· 316 parole · 2 minuti di lettura · mangiapolvere

La luce al neon dava alla stanza quel nonsoché di ospedale che Arturo aveva sempre odiato. Così come aveva sempre odiato quel monolocale, con il letto in cucina che non si chiudeva più. E quel palazzo lugubre, con l’ascensore in perenne manutenzione e i vicini con cui non aveva scambiato più di qualche «Ciao» e «Sì, è ancora rotto» in dieci anni.

Il nastro adesivo gracchiò sulle alette dello scatolone con le cose da portare nella vita successiva. Non i completi gessati o le scarpe lucide, quelli erano ammassati in un angolo, insieme al tesserino Trading Corp. Da ultimo, Arturo staccò dal muro il poster del tramonto sulla savana. Era così logoro che gli si strappò in mano. «No!» grugnì. Lo sguardo corse oltre il vetro e sentì subito i muscoli rilassarsi. Eccola, la sua stella del mattino. Quella luce dal palazzo di fronte, unica compagnia durante le notti passate a studiare l’andamento dei titoli di mercato. Buttava l’occhio e la vedeva, un’amica silenziosa che lo salutava con due clic dell’interruttore, in un rudimentale codice morse prima di spegnersi, ogni mattino.

Con i polpastrelli disegnò sul vetro il contorno di quella finestra. Chiuse i pugni e, in pantofole, uscì di casa, corse giù per i quindici piani di scale, attraversò la strada deserta, digitò il codice dell’ingresso, uguale per tutto l’isolato, e su per altri dodici piani. Aggrappato al corrimano dell’ultima rampa rammentò che forse l’ascensore di quel palazzo funzionava e si diede del cretino, ma poi scorse un chiarore che sembrava voler fuggire da sotto la porta.

Gli aprì un ragazzo dall’aria più incuriosita che spaventata.

Arturo esitò, ma ormai era lì, faccia a faccia con uno sconosciuto che poteva essere lui dieci anni prima. Aprì la mano e gli porse mezza giraffa sgualcita. «Domani parto,» rantolò.

L’altro sorrise. «Ti aspettavo, credo.» Si scostò per farlo entrare. C’era uno scatolone aperto in mezzo alla stanza.