Alessandro era accanto all’altare, il volto fiero e smanioso d’azione. Poco distante un sacerdote attendeva assieme a un enorme bue l’inizio del rito. Attorno a loro i soldati, con gli sguardi carichi di apprensione e attenti a cogliere il responso degli dei.
L’indovino sollevò le mani al cielo e invocò l’aiuto di Zeus, finché non fu il turno di Alessandro che, con i palmi verso il sole, pregò ad alta voce: «Oh dei, supplico per la salvezza dei miei soldati!»
Quelli lo stavano fissando, tremanti. La piana di Gaugamela e le infinite schiere persiane li stavano aspettando.
«Donate forza al sangue dei greci, rendete salde le loro gambe, potenti le loro braccia!»
Guardò i suoi uomini: i volti persi, le spalle basse.
«Affilate le loro spade e mandate a segno le punte delle loro lance!»
Ancora quella paura nei loro occhi.
«E a te, Phobos, offro sacrificio, per supplicarti di non impossessarti dei miei compagni, ma di prendere i nostri nemici e farli fuggire!»
L’animale si avvicinò quieto all’altare, quasi zelante. L’indovino annuì: sembrava che Phobos apprezzasse l’offerta. I soldati parvero rinvigorirsi, qualcuno sorrise.
Alessandro afferrò il coltello, ma il suo braccio mancò di forza, la sua mano prese a sudare, le dita a tremare. Con orrore si vide esitante; all’approssimarsi di una battaglia l’esitazione era una cattiva compagna. Quando notò la lama oscillare nella sua presa, capì: Phobos si era impadronito di lui. Allora sollevò ancora una volta le mani al cielo e urlò: «E allontanati da me, potente Phobos, che sempre ti ho riverito da uomo mortale quale sono!»
Improvvisamente la sua mano riacquisì forza. Il coltello passò veloce sulla gola del bue e schizzò il sangue a terra.
Poi Alessandro salì su Bucefalo e cavalcò verso la battaglia seguito dai suoi guerrieri, saldi e impazienti. Phobos aveva esaudito le sue preghiere e se n’era andato altrove, non senza avergli ricordato che per quanto grande fosse l’uomo, il suo coraggio soggiaceva pur sempre agli dei.