Piano di Evacuazione

· 354 parole · 2 minuti di lettura · matisse

Avevo il biglietto per la prima classe. Tre ore di viaggio comodo e fresco per andare al concerto atteso da un anno. Caldo e smog li avevo lasciati fuori dal finestrino, con le altre rotture. Dovevo soltanto rilassarmi e lasciarmi cullare.

Ma poco dopo la prima fermata avvertii che qualcosa non andava. Un brontolio da lavandino stuppo, così sordo che persino il mio vicino, uno col panama in testa, si voltò. E subito dopo una pernacchia a tradimento che ammortizzai per un pelo.

Birra gelata e panino ignoto in stazione, più aria condizionata assassina. Qualcosa doveva essere andato storto perché il mio intestino iniziò a caricarsi come un compressore. Poi presi a sudare freddo e fu tutto chiaro. Crampi su crampi, sempre di più. E non era questione di dover travestire un puttino da sinfonia, ma di farsela addosso per davvero. Aiuto. Dovevo agire in fretta.

Infilai il corridoio zampettando a chiappe strette come se portassi un ordigno. Via tutti, pista. Volevo un bagno. Ne avevo bisogno più dell’aria.

La maniglia argento luccicò dal fondo dello scompartimento. Arrivai a tutta velocità pronto a sganciare la bomba. Ma mi schiantai sulla porta. Chiusa. Una voce di donna mugolò che il cesso era occupato, una risatina maschile che la compagnia era buona.

Maledizione. Ero in emergenza totale e dovetti cedere alla frustrazione di abbandonare un venticello che dedicai alla coppietta. Eppure non potevo demordere così. Ne troverò un altro, pensai. E mi fiondai a tutta nel vagone, ballonzolando, attento a non lasciare altri petardini.

Fui lesto. Ma anche sfortunato. E davanti al cartello “toilette fuori servizio” non riuscii più trattenermi.

Una sequenza di barriti. Un campionario da fognatura stile megalopoli asiatica. La feci tutta. In lungo e in largo. E ora sarei stato marchiato, maron, cloaca e schifo.

Ma nella disperazione trovai una speranza. Un’altra porta. “Privato”, c’era scritto, ma era aperta. Dentro un carrello per le pulizie, uno sgabello e alcune divise. Almeno mi ci potevo nascondere.

Restai lì per il resto del viaggio, seduto a gambe strette. Più tardi scesi con un paio di braghe grigie da lavoro. Seminuove. Che mi stavano pure bene.