Lea lo aveva visto per la prima volta in un video: un cane in miniatura, nero, vivacissimo, coda ritta.
«Lei è molto anziana, possiamo affidarle un cane di tredici anni» aveva decretato la funzionaria del Canile e Lea aveva risposto: «Perfetto, è lui, vengo a vederlo».
Aveva sempre avuto cani grandi: l’ultimo, Roc, pastore delle mucche, era mancato in due ore sotto le sue carezze a quindici anni. Dopo alcuni mesi il silenzio nella casa deserta era diventato insopportabile e la solitudine concreta, spessa. Ci voleva un altro cane.
«Come si chiama?»
«Batman.»
«E’ uno schitimirri» pensò, ma le figlie si opposero a un cambiamento.
«Mamma, ha perso tutto, almeno lasciagli il suo nome.»
Lea gli diede un cognome adatto alla sua stazza, Cagnulin, ridusse il cappotto di Roc e accorciò il guinzaglio. Infine se lo portò in montagna.
Batman, prima che il padrone finisse in rianimazione, aveva vissuto con due pitbull e una cagnetta ed era socievole con tutti, umani e animali.
Affettuosissimo. Non appena Lea si spiaggiava sul divano lui si spalmava su di lei nascondendo il musetto sotto le sue ascelle, riconoscente, appagato. Cane e umana si facevano buona compagnia, come due vedovi che non rinnegano la vita precedente, ma ancora scommettono su un pezzettino di futuro. Quanto lungo, non si sa.
In montagna Batman nel giro di due ore aveva mappato la casa, il territorio e fatto amicizia coi cani minacciosi della stalla. Lea, fiduciosa, una mattina lo sguinzagliò fuori dalla porta di casa: «Vai a fare la pipì da solo, che mi faccio il caffè.»
Con la tazza in mano, dopo un poco si rese conto che Cagnulin non era tornato e improvvisamente, atterrita di perderlo, si precipitò al balcone gridando verso la strada, scarmigliata, in ciabatte, sventolando le braccia verso il cielo, sconvolta: «Batman, Batman» con tutte le sue forze.
Ugo, il messo, che passava in bicicletta, la vide fuori di sé, che urlava dal balcone.
«Ma chi si crede di essere, Catwoman…» mormorò fra sé.