Mia nipote mi ha chiesto perché venivo qui così spesso.
Le ho risposto che è perché mi piace questo posto.
Ricordo che mi piaceva entrare nelle camere vuote, quando arrivavo presto. Per un momento chiudevo gli occhi, respiravo lentamente ed ecco che dalla memoria appariva un volto, una storia, una vita che in quella camera aveva vissuto.
Quando invece ero di turno alla reception mi piaceva ascoltare i suoni che mi arrivavano lì all’ingresso, ovvero quello che si potrebbe sentire in una casa qualsiasi: una televisione che va, chiacchiere, rumore di piatti e bicchieri, porte che si aprono e chiudono, anche qualche risata. Suoni di un luogo certamente quieto, ma mai ho sentito quel silenzio rotto da lamenti di dolore che una persona si aspetterebbe da un posto così.
Alla reception a volte la gente mi passava davanti senza neppure vedermi, colma di quel dolore, crudele e personale, che chi entra qui si porta dentro. Del resto questo non è un albergo a cinque stelle e io ero una volontaria che accoglieva, come poteva, la sofferenza che qui si consuma.
Qui i muri sono custodi di quel dolore che tutti si impegnano ad alleviare il più possibile, con i farmaci per quello fisico, con la vicinanza per la sofferenza più intima.
Qui, dove sembra che la morte abbia la meglio, in realtà la protagonista è la vita, la vita terminale con i suoi ultimi istanti, preziosi e indimenticabili, che rimangono negli occhi di chi se ne va e nella mente di chi rimane.
Qui è dove gli affetti più cari, nel momento del congedo, diventano più intensi, colmando vuoti del passato, tra segreti trattenuti o svelati, accolti o negati.
Quando però la mia nipotina mi ha chiesto se morirò anch’io qui, ora che sono tanto ammalata, ho avuto paura di dirle che sì, oggi sono entrata per l’ultima volta in questo hospice e ho lasciato che fosse mio figlio a risponderle, mentre io mi incamminavo in quei corridoi mai per me tanto misteriosi.