“Dev’essere il jet lag” pensò Larry, stendendosi sulla chaise longue davanti alla vetrata. La luce solitaria lì di fronte non aveva alcun senso. Quell’edificio era in disuso da tempo - chissà cosa aspettavano a demolirlo. Lo detestava: gli spezzava la visuale su Central Park. L’unico neo nella sua vita da copertina.
“Un Rémy Martin mi farà bene”, si disse. Era il rito di ogni sera, nel salone rischiarato appena dai bagliori della strada, venti piani più sotto.
Arrivato alla madia, si sentì a disagio. Qualcosa non tornava; eppure, era tutto in perfetto ordine.
“Non dovrebbe essere più buio?”. La domanda rimase sospesa: il clac del climatizzatore lo fece sobbalzare, e Larry vide il soffio d’aria smuovere dal mobile qualcosa che lui certo non vi aveva lasciato.
Lo prese al volo. Sul foglio sbiadito, le lettere a mano campeggiavano prepotenti. “Per crucem ad lucem”.
Larry mosse appena le labbra. “Richard”, ansimò. Il bicchiere si frantumò a terra.
Per crucem ad lucem.
Richard, e la sua maledetta mania per il latino.
Per crucem ad lucem. Si voltò di scatto. La luce dell’appartamento di fronte era sempre lì, e si era fatta più intensa. Molto più intensa. E fredda. Un occhio di bue che puntava la sua casa. Che puntava lui. Per crucem ad lucem.
Riguardò il foglio: temeva di sapere cos’era. Ed eccola, sul retro. La sua firma. Sull’accordo con cui si era comprato quella vita, tagliando fuori il suo mentore, e socio. Richard McCoy. Ma che avrebbe dovuto fare? Certi treni passano una volta sola. E poi Richard aveva avuto le cure migliori, no? Chi aveva pagato le migliori cliniche, chi i luminari? E infatti si era ripreso, alla fine. Poi, l’incidente. Era stata quella moto a mandarlo al Creatore. Non la depressione, e non certo lui.
La pendola gli interruppe i pensieri. Dieci, undici, dodici. Larry sgranò gli occhi. Mezzanotte del 23 marzo 2024. Dieci anni esatti.
Guardò l’edificio di fronte: la luce non era più lì. Aveva iniziato a strisciare silenziosa verso di lui. E a prendere forma.