Non so da quanto sta suonando la sveglia. Mi alzo di scatto e sento strappare; la schiena. Come se si fosse incollata al letto.
Mi volto a guardare: piccoli buchi costellano il lenzuolo. Lo scosto, e anche il materasso, uno di quelli economici in memory foam, ha piccoli buchi.
Guardo la sveglia.
Sono in ritardo.
Ci penserò la sera.
Ma la sera sono stanco, me ne dimentico. Mi addormento sul divano, davanti alla tivù che trasmette la serie del momento. La guardo perché altrimenti i colleghi pensano che viva fuori dal mondo. Quanto mi piacerebbe, però, vivere fuori dal mondo.
Mi sveglio di soprassalto. Sullo schermo ancora acceso i promo delle ultime uscite. Sto per alzarmi ma percepisco di nuovo quel tirare della pelle. Cosa faccio? Se mi alzo di colpo cosa succederà? Provo. Un bruciore si spande lento sulla pelle che fino a poco fa riposava sulla stoffa blu del divano. Vado in camera da letto, davanti allo specchio dell’armadio. Contorcendomi un po’ le vedo. Piccole protuberanze pallide. Mi coprono la schiena fino al sedere. Quelle più in basso, dietro le gambe, sono arrossate.
Non ho più sonno. I pensieri frullano e si accavallano. Fuori dalla finestra la notte mi guarda e decido di uscire. Cammino rapido, la mente sopraffatta non fa caso alla direzione. È il corpo a riportarmi alla realtà, la pelle formicola di eccitazione. Sollevo lo sguardo dalla punta dei miei piedi. Sono nel parco, davanti a un albero. Il fusto, dal diametro imponente, ha una bella conca alla sua base. Perfetta per sedersi e contemplare l’alba che sta colorando il cielo sopra i grattacieli.
La schiena appoggiata al tronco ruvido. Il sedere affondato nell’erba. Le poche foglie secche mi solleticano i polpacci. Le mie radici stanno crescendo, sento la terra soffice, non fredda quanto credevo. Percepisco la presenza dell’acqua in profondità, il micelio che si allunga verso di me. Chiudo gli occhi e il mondo si apre per me. Finalmente sono nel mio posto.