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Lo strappo del nastro adesivo, una prima lama di luce, e poi aspetta… Sì, eccole, le note di Mariah. Era ufficiale. Avevano aperto lo scatolone.
«Finalmente!» esclamò una ghirlanda, stiracchiandosi in un gesto teatrale.
«Non mi sento più le lampadine», brontolò un cavo aggrovigliato. «L’anno prossimo non la voglio qui sopra quella lì: sono undici mesi che mi schiaccia le spire».
«Quella lì ha un nome», replicò stizzita la base dell’albero. «E sul fondo non ci torno: ci ho passato più anni di quanti ne abbia questa casa».
«Shhh! Vuoi f-far ricordare a quelli là fuori quanto s-siamo v-vecchi?», balbettò il pezzo di albero più basso. «C-che poi magari ci r-rimpiazzano. G-Già l’anno scorso ho r-rischiato di restare qui d-dentro, ti ricordi? N-non volevano mettermi per n-non far salire quel p-povero gatto.»
«Povero?» lo incalzò un finto bastoncino di zucchero. «Guarda come mi ha ridotto il gambo!».
«Ma se ti ha fatto un piacere. Ora almeno hai qualcosa da raccontare», ribatté acida una qualche figura in pasta di pane. Forse una stella? Nessuno l’aveva mai capito. Si sapeva solo che ci era rimasta molto male quando la maestra, dopo aver “sistemato” i lavoretti di tutta la classe, si era presa l’influenza lasciandola così, come l’aveva generata Bambino Uno. «Meglio, in realtà», sosteneva lei. «Sono l’unica veramente autentica qua dentro.
«Fat-ta-con-a-mo-re» concludeva, piccata.
Le mani di Madre si fecero largo per prendere la scatolina di velluto.
Tutti trattennero il fiato. Gli volevano bene, a quel vecchio divo. La stoffa che lo avvolgeva scivolò via come un sipario, svelandolo. Il Puntale. Liscio, slanciato, elegante.
«Salutazioni», scandì con voce grave. «Eccomi. Pronto a fare il mio dovere».
Le palline tintinnarono un applauso, mentre già iniziava il rito: i rami vennero disposti per ordine, le lucine a spirale, i fiocchi tra le pigne.
E infine, come sempre, il Puntale a dominare la cima. Era fatta.
«Signore e signori», annunciò. «Anche quest’anno siamo ufficialmente splendidi».