Marcella chiuse la porta dietro di sé, consapevole di avere le guance porpora e gli occhi fiammeggianti.
Soffiando dalle narici, si diresse verso la scrivania.
Staccò la presa del computer. Stringeva ancora in mano la cartelletta con il progetto.
Appena se ne rese conto iniziò a ridere, con la testa piegata indietro.
Strappò i fogli, noncurante del toc toc alla porta, che precedette l’ingresso sbalordito di Betta.
Vedendo la collega andarle incontro, tese la mano per bloccarla.
Afferrò la borsa e uscì dall’ufficio, sbattendo la porta a vetro.
Infilò le cuffie per non sentire i richiami dei colleghi e scese a piedi per le scale del palazzo.
Il gelo che la sorprese all’uscita cristallizzò le lacrime sulle guance arrossate.
Sentiva gli aghi del freddo nell’angolo dell’occhio, dove l’eyeliner era diventato umido.
Salì sul tram e si sedette accanto al finestrino.
Boutique illuminate e gente con sacchetti si alternavano sui marciapiedi del centro.
Spostandosi verso la periferia, i chioschi dei fioristi lasciarono il posto a quelli del cibo etnico.
Schiacciò il pulsante di stop e si affrettò a uscire.
Ripassò a mente l’anno che volgeva al termine: la morte della mamma l’aveva inaugurato, la separazione, consenziente e senza figli, aveva portato la primavera.
L’estate, passata da sola, nella casa dei suoi al mare.
L’autunno l’aveva colta nelle ore di insonnia in cui si dedicava al progetto.
Entrata in casa sfilò i tacchi che aveva messo per l’occasione, il rossetto si era seccato e le labbra presentavano delle crepe: una fotografia della sua vita.
«Non posso darti questa promozione - le aveva detto l’account manager solo un’ora prima - il progetto non è piaciuto agli investitori.»
Dicembre avrebbe dovuto aprire degli spiragli per un nuovo inizio. Invece.
Marcella aprì la porta finestra scorrevole del suo ottavo piano.
A piedi scalzi raggiunse il centro del terrazzo. Aveva nevicato, in quell’ultimo giorno dell’anno.
Iniziò a piangere, e a ridere. E poi a ballare, cantando a squarciagola.