Mentre infilava l’asciugamano nello zaino, Polo aveva pensato che era meglio sbrigarsi e partire: chissà il pienone che avrebbe trovato per l’ultimo giorno di mare.
Davanti alla spiaggia semideserta aveva tirato un sospiro di sollievo. Poteva scegliersi in tutta calma il posticino perfetto.
Aveva steso l’asciugamano sui sassi e poi si era allungato anche lui, con gli stinchi che superavano le frange sul bordo e i talloni che scavavano appena per farsi spazio tra i sassi.
Aveva deciso che quel giorno non si sarebbe messo la crema, né gli occhiali da sole o il cappello. Se ne stava così, puntellato all’indietro sui gomiti, con il viso chiaro che si arrossava al sole e le palpebre tremule sotto la luce accecante.
Vicino a lui c’erano un vecchio, impietrito nei suoi occhiali da sole, e due badanti spettinate con una radiolina a tutto volume che gracchiava una canzone dei Doors. Normalmente gli avrebbe dato fastidio, ma non quel giorno.
Quel giorno voleva soltanto godersi l’ultima mattina di mare.
Aveva passato l’anno chino sui libri, ignaro dell’avvicendarsi delle stagioni, del meteo e del mondo che gli crollava attorno con una guerra, un’alluvione e un terremoto dopo l’altro.
Un trenta. Un trenta e lode. Poi un ventotto. Una piccola crisi. Un ventisette. Un ventidue.
Poi un “torni al prossimo appello”.
E un altro.
Allora aveva mollato tutto. Aveva smesso di studiare, di uscire, di cercare lavoro.
Ogni volta che un pezzetto di lui franava, Polo sentiva la voce della nonna che gli ripeteva la stessa frase: “Non è la fine del mondo, cuore mio.”
E la nonna aveva ragione: non era la fine del mondo. Non lo era mai stata, eppure lui aveva sempre sentito l’intero peso del globo sulle spalle, come un Atlante mio pe con un accenno di scoliosi.
Quel giorno invece si era svegliato leggero e tutto sembrava finalmente al suo posto.
Aprì gli occhi e pensò che non avrebbe fatto in tempo a scottarsi: il buco nero al centro del sole era già grande come una moneta.
E Polo, finalmente, sorrise.