Laura notò lo stesso uomo comparire sulla soglia del suo bar per la sesta volta in un mese. Entrò accompagnato dall’odore dell’asfalto bagnato, si portò la mano alla visiera del berretto in un goffo cenno di saluto e andò a sedersi al bancone. Camicia a quadri e barba incolta lo facevano sembrare un camionista del Wyoming.
«Il solito?» chiese lei.
«Puoi contarci.»
La ragazza versò due dita di Four Roses in un bicchiere e lo spinse verso di lui. L’uomo lo afferrò e lo avvicinò alla bocca. Poi però esitò e rimase a fissarsi nello specchio ambrato del bourbon.
«Qualcosa non va?» chiese lei.
«Stanco. Credo.» Buttò giù un sorso, poi si strofinò le palpebre con il pollice e il medio, come a ricacciare indietro un pensiero. «Sono sempre in giro per lavoro.»
«Mai pensato di fermarti?» disse lei.
Un altro sorso. «Io? Fermarmi?» disse forzando una risata.«Perché mai dovrei. Sono un giardiniere con il mondo intero per giardino!»
Laura si sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio, afferrò un post-it vicino alla cassa e iniziò a scrivere. Gli lanciò uno sguardo di sbieco e sorrise.
«Permettimi una domanda,» disse. «Perché, se hai a disposizione il mondo, è la sesta volta in un mese che vieni nello stesso bar in mezzo al nulla?»
L’uomo si abbassò la visiera sugli occhi e svuotò il bicchiere tutto d’un fiato. Lei lo osservò bene: il rossore sulle sue guance non era soltanto un effetto del bourbon.
«Un caso,» disse con le parole incrinate dal bruciore dell’alcol.
Laura sollevò un sopracciglio con un mezzo ghigno sulle labbra.
«Un caso, eh?» disse. Lui la guardò in imbarazzo. Lei si avvicinò e gli infilò il post-it nel bicchiere vuoto. «Un giardiniere dovrebbe saperlo che le piante non mettono radici per caso.»
Lui spiegò il foglietto, lo lesse e sorrise. Poi lo richiuse con delicatezza, lo infilò nella tasca interna del giubbotto e si alzò.
«A domani quindi?» chiese lei.
L’uomo rispose guardandola negli occhi. «Beh, pare che qualcuno debba pur prendersi cura di questo giardino, no?»